L’hipster è morto, viva l’hipster

(Profezie. E seguitemi sul tuitte, ché c’è anche il tastino proprio qua in alto a desta, ok?)

Nove giugno duemilaquindici: David Infante su mashable.com proclama la morte dell’hipster. Al suo posto arrivano (dovrebbero, almeno) gli Yuccies, una via di mezzo tra i suddetti hipster e gli yuppies -mai scomparsi, se ne deduce-, o, come piace dirla a me, (fate un respirone) “definitiva consacrazione dell’estetica hipster a mainstream, in una classica operazione di appropriamento culturale” (Roland Barthes levete).
In pochi anni ci siamo visti sommergere dalle più svariate subculture che si sarebbero dovute imporre definitivamente nel panorama, salvo poi scomparire nell’oblio nel giro di pochi mesi (vedi alla voce normcore). Nulla vieta che quella Yuccie sia una di queste (OT sociologico: ma sarebbe subcultura?), frutto della necessità dell’autore di buttar giù quattro stronzate (un riempitivo, chiamiamolo così) guadagnandosi il pane. D’altro canto si sente da un po’ una certa stanchezza verso la figura dell’ hipster, è innegabile.
Chissà.

Sia come sia, qualche giorno fa Umberto Eco se n’è uscito con l’ormai famosa considerazione sui social network che lo ha consegnato per una mezza giornata buona (alla faccia dei soli 15 minuti Warholiani) all’onore delle cronache: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.
È l’invasione degli imbecilli”.
(Un’ovvietà pazzesca, no?).

So che vi state chiedendo che nesso ci sia con gli hipster (a parte il fatto che loro amino citare Il nome della Rosa. O è troppo mainstream?), e se non sia io uno degli imbecilli di cui sopra, ma vi assicuro che c’è, e mo c’arriviamo.
Secondo alcuni antropologi -tutto d’un tratto cinque anni di classico acquistano un senso- le società si possono dividere in società di vergogna e di colpa. In sostanza, nelle prime ci si comporta in determinati modi per ricevere approvazione sociale (è il caso degli antichi greci, ma anche di alcune culture orientali), mentre nelle seconde il “processo morale” è interiorizzato. Noi italiani, con le dovute semplificazioni del caso , saremmo parte dell’esclusivo club delle società di colpa.

E ora arriviamo al punto.
L’hipster è, a modo suo, un curioso caso di esponente della società di vergogna. Cito una frase che mi sembra risolutiva a sostegno della mia tesi: “Non sentirete mai un hipster confessare che ha letto un libro di Fabio Volo” (da qua). 
Intendiamoci, anche un mafioso lo è. E non serve scomodare le teorie di Manzoni sulla folla-branco (mado’, quanto piacciono le preterizioni a noi pseudointellettuali), per scoprire che la cosa migliore sarebbe saper ragionare col proprio cervello.
Quello che però invidio a questi individui barbuti è la capacità di farsi da parte e di zittirsi quando si parla di cultura. Tipo: tutto il mondo dice che Il deserto dei tartari è un capolavoro. A te ha fatto schifo, ma casomai ci pensi due volte prima di dirlo. E se lo dici, lo argomenti.
Mi spiego ancora meglio: si fa un gran parlare di quanto sia brutto/sporco/cattivo/inutile/dannoso il politicamente corretto. Vero, verissimo. Ma con questa scusa gli idioti cari a Eco si sentono in diritto/dovere di sentenziare su tutto senza conoscenza né pudore. Ecco, se solo avessero un minimo della vergogna dell’hipster quando in libreria compra un Fabio Volo, forse il mondo sarebbe un posto migliore.
O almeno, lo sarebbero i commenti su Facebook.

Chiamatela, se volete, un’ode al pensiero unico politicamente corretto.
(Tipo quello che vorrebbe imporre la fantomatica lobbighei, se vogliamo fare un esempio concreto).

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