“Sottomissione”

Questo post doveva essere una recensione di Sottomissione di Michel Houellebecq. Doveva uscire in tempi brevi, brevissimi, e superare alla mancanza totale -almeno online- di recensioni che andassero aldilà di “è un libro islamofobo/sessista/omofobo (non c’è riferimento ai gay, ma mettiamolo comunque)”, senza argomentare il perché.

Naturalmente non sono riuscito a trascrivere quei quattro pensieri che mi frullavano in mente in meno d’un mese. L’hype su Houellebecq è passato e immagino siano stati scritti fiumi di parole sul tema. Ma vabbè, chi mi conosce sa che l’impuntualità (si dice? da oggi sì) è una mia piacevole costante.

La trama (se così la possiamo definire, visto che non succede quasi un cazzo), la trama, dicevamo, la conoscete più o meno tutti, e ruota intorno a un evento chiave: un partito islamico prende il potere in Francia.  Attuerà subito una serie di riforme dai contenuti “vintage” (eufemismo), come lo stop all’educazione femminile oltre i 15 anni,  senza trovare la benché minima opposizione.
La sinistra non critica in nome del multiculturalismo, e neanche la destra, alla quale questa glorificazione nostalgica del focolare non dispiace proprio.

Poiché poi il protagonista -professore alla Sorbona- si dà al sesso brutale e tratta le donne come bambole gonfiabili, il povero Houellebecq s’è preso pure le accuse di sessismo.
Io non mi ritengo sessista (anzi, di femminismo ho pure parlato qui sul blog e con toni positivi), ma faccio davvero fatica a sopportare che le caratteristiche di un personaggio di un libro vengano allegramente trasposte sullo scrittore da qualche lettore un po’ troppo fumantino. No, non si fa.

Altra accusa, un po’ più mainstream, rivolta all’autore francese, è quella di islamofobia. Possibile, probabile, eppure così dicendo si rischia di perdere di vista una parte importante del romanzo. I commentatori, più o meno arguti, hanno fatto notare come Islam significhi proprio “sottomissione”, ma questa non è un’accusa al mondo musulmano meno di quanto non lo sia a un bagaglio di “valori” tutti occidentali: nichilismo, laicità senza se e senza ma, individualismo.
E, ancor più all’estremo, questo libro è una critica al lasciarsi andare, alla non reazione: a quella sottomissione che del protagonista è modus vivendi. In questo, Sottomissione non è troppo dissimile al “Deserto dei Tartari” di Buzzati (sarà che è il mio romanzo preferito), o a un altro libro letto a gennaio, di cui prima o poi -prometto- vi parlerò.

Paradossalmente, che, all’uscita del libro, si sia parlato solo di islamofobia mostra come la provocazione di Houellebecq, quando parla di una sinistra asservita al politically correct senza se e senza ma (ché a me non piace criticare a priori il politicamente corretto, ma quanno ce vo, ce vo), sia riuscita: una vera e propria profezia autoavverante in cui molti che si son lanciati all’attacco del bruto xenofobo hanno totalmente mancato il vero messaggio del romanzo. (O forse ‘nciòcapitoncazzo io, eh).

Qualche annotazione finale: lo stile lascia abbastanza a desiderare nella prima parte del romanzo, scritta quasi con sciatteria e propinata come la sbobba del rancio militare. Sarà che descrivere una situazione così inverosimile (il romanzo si svolge nel 2022, mica tra cent’anni) non è facile… (pausa di autoconvincimento). Sì va comunque migliorando superata la metà del libro.

(Immagine da Google).

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