Feminism is in fashion this year

[Ovvero, perché le passerelle delle ultime stagioni hanno pullulato di uomini vestiti da donna].

Non c’è certo bisogno che ve lo dica io: l’ultima, e più forte, tendenza della moda maschile, è vestirsi da donna. Anzi, è quello che i fesciongiornalists chiamano “Gender blending”. In principio fu JW. Anderson, con i suoi uomini in gonnella (e rouches e tacchi in vinile), poi vennero altri stilisti d’avantgarde (tra cui il nostrano Lorenzo Albrighi) e così a cascata, finché non se ne sono accorti persino da Gucci, complice la cacciata di Frida Giannini.

Sentenzia Miuccia Prada “La rottura dei confini tra i generi è già una realtà”. Le fa eco Giuseppe Zanotti: “Questa volta gli stilisti non c’entrano, è arrivata prima la strada, i ragazzi. Poi le griffe fanno i soldi su questo pensiero”. Io, che pensavo di viverci nella “realtà”, non ho mai visto roba simile, ma non è questo il punto. La moda, come a noi fescionpipol piace sempre ripetere, è lo specchio di quello che accade nella società, e anche in questo caso offre degli spunti di riflessione interessante.

“Ma come, hai appena detto che nella realtà non hai mai visto roba simile, e ora parli di specchio della società”? Sì, esatto. E non c’è contraddizione. Ma andiamo con ordine.

Tra gli anni ’70 e ’80 comparivano le spalline e i tailleur femminili per vestire una nuova figura: la donna emancipata, quella in carriera (Giorgio Armani ringrazia), quella che aveva appena guadagnato il diritto al divorzio (1970) e all’aborto (1978). La parità di genere, però, è ancora lontana, e così nel 2014 il tema del femminismo torna prepotente. é l’anno di Laurie Penny, della “quarta ondata di femminismo”, ma soprattutto di Kira Cochrane, del femminismo inclusivo e collaborativo. Di He for She (anzi, #HeforShe), in parole povere. Lo proclamava a caratteri cubitali (e svolazzanti) anche IL magazine di settembre  (no, non me ne sono accorto ora. Sì, invece, questo post è fermo ad ammuffire da settembre).

È un femminismo col sorriso, che che punta alla liberazione degli stereotipi di genere. E non significa solo che le bambine possano giocare col meccano, ma anche che i bambini possano andare in giro vestiti di rosa, o ricevere una di quelle sontuose cucine giocattolo per Natale, senza essere etichettati in nessun modo.

Nemmeno gli uomini hanno la parità di genere. Non parliamo spesso di uomini imprigionati dagli stereotipi di genere ma io vedo che lo sono, e che quando ne sono liberi, le cose cambiano di conseguenza anche per le donne. Se gli uomini non devono essere aggressivi per essere accettati, le donne non si sentiranno spinte a essere arrendevoli. Se gli uomini non devono avere il controllo, le donne non saranno controllate. Sia gli uomini sia le donne dovrebbero sentirsi liberi di essere sensibili. Sia gli uomini sia le donne dovrebbero sentirsi liberi di essere forti… […].
Voglio che gli uomini si prendano questo compito. Perché le loro figlie, le loro sorelle e le loro madri siano libere dal pregiudizio, ma anche perché ai loro figli sia permesso di essere vulnerabili e umani — recuperando quelle parti di loro che hanno abbandonato e diventando così delle versioni più complete e vere di loro stessi.
(Emma Watson).

Tra gli uomini che si (ri)scoprono vanesi (un tempo li chiamavate metrosessuali, ora yummies; ne abbiamo parlato qui), le battaglie per i diritti omosessuali e il nuovo femminismo, gli stereotipi di genere si fanno, lentamente, sempre più labili. Un humus fertile per gli stilisti, che di tutta risposta si sono divertiti a creare un guardaroba asessuato, questo è il termine corretto, con risultati più (Loewe) e meno convincenti.

Il trend va avanti da qualche tempo: ne scriveva già Angelo Flaccavento nel 2013 (e poi l’anno scorso), e ora è infestante sulle passerelle delle quattro capitali della moda. Resta solo da capire come si tradurrà nella vita reale. Si sgonfierà perché non siamo ancora pronti?
Oppure davvero nel futuro cominceremo a vedere uomini e donne vestiti sempre più in maniera simile? Potrebbe essere. Attenzione: questo non significa che vedremo davvero in giro uomini in pussy bow shirts* di seta, ma che sempre più elementi e dettagli di un guardaroba femminile diventeranno anche maschili; siano uno scollo a barca, un cappotto un po’ a vestaglia, etc. etc.

[Non so se l’avete notato, però ho usato il punto e virgola nel pezzo. Ma un premio non me lo volete dare??]

Se volete approfondire il tema, qui ci sono tre articoli per voi:
A men’s wear revolution, di Alexander Fury su T Magazine del New York Times,
Un abito per due: la moda unisex nel 2014“, su Archivista, il blog di Archiviostore.it. Scrivendo questo post, ho passato ore a cercare il nome di un designer in cui mi ero imbattuto tempo fa e che cadeva a fagiolo (parliamo di Rudi Gerneich) per il pezzo. Quando alla fine avevo rinunciato, l’ho trovato su quest’articolo, che tenevo aperto da giorni! 😂😤
Per finire, “Will gender-neutral clothing ever have mainstream appeal?”, di Kathleen Lee Joe sull’australiano Daily Life. 

*= Che poi, ‘sto pussy bow shirt ‘cazzo significa, “camicia dal fiocco a passera/figa/fica/fessa/fregna”?

(La prima foto della copertina di IL è stata rubata dal blog del direttore del magazine, camilloblog.it, la seconda viene dal sito di Loewe, la terza da un editoriale di Jamie Hawkesworth -stesso fotografo della campagna Loewe qua sopra- sempre su T Magazine, di novembre 2014 ).

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2 thoughts on “Feminism is in fashion this year

  1. Matteo, hai una cultura da spavento. Mi ci hai messo persino Rudi Gernreich, che in pochi conoscono! Dal mio punto di vista devo dire che apprezzo elementi femminili nel guardaroba maschile. Tutto dipende dalla personalita’ di chi li indossa. La sperimentazione e’, per me, sempre una cosa positiva. Ma se dall’abito si passa alla sostanza le cose cambiano molto. Io sono una donna che fa un mestiere da uomo (!) e quando ho iniziato mi scambiavano sempre per la segretaria, perche’ era impensabile che in quel ruolo potesse esserci una donna! Devo dirti che purtroppo la parita’ dei ruoli, dei diritti ed il rispetto sono ancora lontani a venire!

    • Cecilia, ma che cultura. è che invece di studiare passo le giornate a cazzeggio e così scopro Cochrane, Gernreich, etc.

      A me quest’idea di sperimentazione non dispiace, certo, da lì a riuscire a mettere qualcosa ne deve ancora passare! 😀

      Io devo dirti che sono molto attento a queste tematiche quando mi è capitato un libro americano di macroeconomia in cui negli esempi, comparivano spesso meccanici e amministratori delegati donne. E là, non avendo mai pensato a un meccanico donna, mi resi conto di quanto fossero forti gli stereotipi di genere fin da piccoli.
      Insomma (sto scrivendo un altro papiro, eh?), quanto hai ragione sulla parità dei ruoli/diritti!

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