#SavePagina99 (“La cricca dei senzameriti”)

No, non è certo Pagina 99 la cricca dei senzameriti. Ma andiamo con ordine: questo post nasceva da alcune riflessioni sulla meritocrazia nella moda. Poi, tra notizie che arrivano e giorni che passano, è diventato quello che state leggendo ora.

In Italia il numero di bei giornali di approfondimento si conta sulle dita delle mani. Uno di questi è Pagina 99. O meglio, “era Pagina 99”. Eh sì, perché questo piccolo settimanale indipendente, nato poco più di un annetto fa, è uscito in edicola sabato 3 gennaio col suo ultimo numero. Lo trovate ancora in edicola, fino al 17, quindi affrettatevi.

Da georgiamada.wordpress.com

La fine di questo esperimento potrebbe essere spunto di moltissime riflessioni: sul futuro della carta stampata e come i giornali non abbiano ancora trovato il loro modo di convivere col web, o sull’efficacia del mercato nel settore della cultura (tema vecchio come il cucco, tanto che anche Modigliani era morto disgrazia). O, ancora, sullo stato penoso della lettura in Italia. Sì, la solita storia che meno della metà degli italiani legge un libro all’anno, e qualcosa come il 4% più d’uno al mese. Alla faccia di tutti quelli che, qualche tempo fa, intasavano Facebook coi loro 10 libri preferiti, e c’era sempre un’ immancabile Recherche proustiana, nonché qualche russo impegnativo (e impegnato, meglio) (senza nessuna nota polemica verso chi questi libri li ha letti davvero, eh, sia chiaro!). Tutto questo è molto triste, ancora di più il fatto che non ci sia nessuno di preciso con cui me la posso prendere, nessun capro espiatorio, se non un Paese ingrigito e un po’ zotico. Mi sarebbe piaciuto vedere, per Pagina99, una mobilitazione come quella che è stata accordata all’Unità. Pure maggiore, perché qua si parlava di giornalismo d’inchiesta e reportage, non semplici notizie. Però Pagina99 non l’ha fondata Gramsci (anche qui, absit iniuria verbis), e non lo conoscevano in molti. Così mi sono chiesto: io che posso fare? Niente, finché non spunta un crowdfunding ad hoc. Niente, se non scriverci un post. Casomai questi 100 visitatori mensili andranno in massa a chiedere Pagina99 nelle loro edicole, e così diranno di fare ai loro amici, e avremo salvato un giornale (next step: la pace nel mondo).

E dunque eccomi qui.

Torno un attimo in chiusura al titolo: “la cricca dei senzameriti”. Per un giornale che muore, ce n’è uno che nasce. No, non “Il mio Papa”, Cairo Editore, ogni settimana in edicola a 0.99.  In questo caso, stiamo parlando di una rivista di moda. Si chiama Lampoon, è diretto da Carlo Mazzoni, ex L’ Officiel Hommes Italia. Visto che anche di riviste di moda c’è sempre carenza e bisogno, apprendo la notizia con allegria e mi vado a vedere i membri della redazione.

[…]

Ecco, qui casca l’asino. Nella redazione di Lampoon, “sito di ricerca e sperimentazione caratterizzato da serietà” ci sono Paolo Stella, Roberta Ruiu, Candela Novembre, etc. Tranne due, nessuno di loro ha competenze specifiche nel settore, sia moda o giornalismo, se non partecipazione a feste ed eventi.
Non voglio cadere nei moralismi, né giudicare senza aver visto il primo numero (che sarà in edicola dal 26/02, comprerò e vi racconterò), ma sono scettico: avevamo davvero bisogno di un giornale (fatto da gente) così? Ci saprà fornire una narrazione della moda differente, nuova, che vada più in profondità? Cosa aggiungerà a un panorama già esistente? Mi piacerebbe un racconto del vestire fatto di un antropologo, un esperto di tessuti, un manager, uno storico, qualcosa che spieghi la moda, non uno che puzza di autocelebrazione di una banda felice. Anche perché ‘sti qua, a parte Mazzoni e Laudicina (che poi, intendiamoci, mi stanno tanto simpatici), sono anche alla prima esperienza nel giornalismo.

Carlo Mazzoni illustrato da Ivo Bisignano per Lampoon.it

E’ buffa la moda. Se mi chiedessero “è un settore meritocratico”? Non saprei che rispondere. Sempre aperta a premiare i giovani talenti da un lato, dall’altro si comporta come una cricca, chiusa, irrazionale, volgare a tratti. Mi piacerebbe che sapesse dare un’immagine migliore di sè. E non penso più a Lampoon (poracci, già mi ci sono scagliato troppo contro), ma a Kim Kardashian che posa per Balmain e Vogue US, o Miley Cyrus per Marc Jacobs. Non serve saper spiegare la teoria della relatività per partecipare  a una campagna pubblicitaria, né essere laureati in storia della moda. Ma un minimo di buon gusto, quello sì, sarebbe gradito. Questo, invece, è il trionfo del trashion.

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