Brioni: convince a metà

Io lo so che siamo quasi in periodo saldi i saldi sono cominciati da un pezzo, e che forse arrivo un po’ troppo in ritardo eccetera eccetera, ma ci tenevo a dire la mia sulla collezione di quest’inverno di Brioni e sul nuovo corso che la casa romana sta prendendo.
La storia è più o meno la solita: l’ultimo trend è quello della clientela maschile e un po’ vanesia, a cui piace spendere e, alleluia alleluia, addobbarsi in maniera un po’ più originale del solito. Detto fatto, Kering assume Brendan Mullane, un passato da Hermès, Givenchy e altri, per dare in pasto ai fescionblogga qualcosa che li soddisfi. La prima collezione (PE14), a spulciare bene, nasconde già qualche chicca. Come un bomber di fettucce di suede intrecciate a mano bello in maniera illegale, su cui avrei fatto volentieri un pensierino se fossi riuscito a smerciare un rene (tante ce ne ho due) al mercato nero per 8850 euri.
[Qualora vi interessasse (e, soprattutto, aveste quei soldi), è in vendita qui].

La collezione di quest’autunno-inverno è ispirata al Giappone. Certo, Mullane pensando al Sol Levante non ha fatto uno sforzo di fantasia e originalità: ci sono i kimono, ci sono le gru… insomma una buona dose di stereotipi, ma è bella, diamine! Diciamo allora che si rifà al “giapponismo” e salviamo capra e cavoli.
Metti pure che il lookbook è scattato nel negozio Olivetti di Piazza San Marco a Venezia, progettato da Carlo Scarpa e bene FAI, uno spazio essenziale e bello da far paura, mentre la campagna pubblicitaria, con un’atmosfera rarefatta, da Bohème pucciniana (riferimento culturale a cazzo: inserito ✓) porta la firma da Paolo Roversi.

Com’è piaciuta a me, la collezione piace ai giornalisti: su tutti gli editoriali della stagione è un fiorire di bomber dipinti a mano e giacche kimono (che mi harbano assai). Al bravo Mullane si perdonerebbero anche gli eccessi per facoltosi oligarchi russi, come i sontuosi cappotti in visone cesellato a mano, se non fosse che…
Già, se non fosse che? Se non fosse che poi sono entrato in negozio, curioso (molto) di vedere dal vivo queste belle cose. E qui è cascato l’asino. Sono stato nella boutique di Via del Gesù a Milano, di Avenue Georges V a Parigi e nell’ultimo flagship inaugurato, a Via del Babuino, a Riomma.
In tutti e tre i casi si ripete uno schema simile. Io entro e mi guardo in giro. Marmi ovunque, alle pareti e sui muri. Bello, devo segnarmi il nome dell’architetto per quando mi farò costruire il mausoleo.
Altrettanta abbondanza di pelli di coccodrilli e rettili vari, che addobbano cinture, scarpe e valigie. Qualcuno deve aver pensato bene di ficcarne un po’ ovunque come i coriandoli a carnevale.
Mi aggiro per il negozio in cerca di fantasmagoriche camicie in seta stampata (1200 euro ca.), completi kimono (4000 ca.) e bomber dipinti a mano dall’atelier Chiso di Kyoto poi cucito in Italia, edizione limitatissima, 45 ore di lavoro cadauno, etc. (27000 eurozzi). Niente. Controllo meglio: niente di niente. Né la camicia (tranne a Milano), né il resto.

Immagino abbiano realizzato 4 camicie, due bomber* e altrettanti kimono, tutti finito nei negozi di Mosca, Pechino e Shanghai. E addosso a Pharrel Williams.
E allora, qual è il senso di creare una collezione se poi ne vendi un paio di pezzi? Fare buzz per vendere altro? Da Zegna, Hermès , Burberry e tanti altri che propongono capi più particolari funziona in maniera diversa.
E ancora, qual è il senso di un marchio romano che comprano solo i russi/gli arabi/ i cinesi? Perchè l’impressione, ad aggirarsi per i negozi, è proprio quella, ed è un peccato (pure per quegli abiti…).

Sopra due scatti della campagna pubblicitaria con Sean O’ Pry, sotto delle foto dal catalogo (dal sapore squisitamente vintage, no?)

*= Ok, in verità sembrerebbe che di Kimono ne abbiano fatti 20.

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