Obsolescenza programmata (o anche “Report, il piumino e il cappotto”. Ma soprattutto, #siamotuttioche). Pt.1

Questo post nasce da un paio di notizie “sbocconcellate” il mese scorso, e poi shakerate con l’esplosiva puntata di Report di lunedì. La prima riguardava una curiosa proposta di legge in discussione al parlamento francese per abolire l’ “obsolescenza programmata”. Cioè quel fenomeno (mai dimostrato, ma vabbe’) per cui gli oggetti sarebbero “programmati” dalle aziende per non funzionare più dopo un certo periodo di tempo. Così tu, consumatore, devi ricomprarteli.

Se vi state credendo già da qualche riga cazzocentri* questo discorso con la moda, arriviamo subito al punto.

É possibile eliminare l'”obsolescenza programmata” nella moda?

É possibile darle un ritmo più armonico e lento?
La domanda è esplosa ai tempi di Gallianogate, e periodicamente riciccia sulle bocche dei fescionisti mondiali, l’ultima volta a settembre, complice il ritorno dello stilista gibilterrino (sì, esiste davvero un aggettivo per dire “di Gibilterra”), da Margiela (mah!), e il contemporaneo addio alle scene di Jean Paul Gaultier.
C’è un po’ di ipocrisia in noi “popolo della moda” quando compatiamo gli stilisti per i ritmi stressanti, salvo poi aspettare sempre nuove collezioni con la bava alla bocca, come un branco di lupi quando avvista un agnello. Me per primo. E va detto che non tutti i designer sembrano sentire quest’ “angoscia”. Rick Owens, ad esempio, è iperattivo. Idem il vecchio Karl, che, senza dover disegnare le sue 10 (ne scordo qualcuna?) collezioni l’anno, andrebbe in crisi (poi forse riuscirebbe a sfornare qualcosa di meglio per Chanel, ma questo facciamo che non lo dico, ok?).

Comunquesia, sicuramente questi ritmi rendono difficile la sopravvivenza della creatività pura, e anche la costante iniezione di novità su cui la moda poggia le sue radici. D’altro canto, imporre al mondo della moda di darsi una calmata con un semplice schiocco di dita non si può.
Gli stessi i compratori chiedono velocità, prodotti nuovi reperibili all’istante, tanto che sempre più griffes mettono in vendita le collezioni appena sfilano. Lo fa Moschino con delle capsules, Burberry, e Moda Operandi permettono di preordinare subito dopo la sfilata, Agnona diffonde i suoi capi nel momento stesso in cui li presenta.

Fino a qui, più o meno, ero arrivato a scrivere il post lo scorso mese. Le mie elucubrazioni mentali sul tema continuavano per un altro po’ in maniera più o meno inconcludente [“La soluzione sarebbe riuscire a diminuire la mole di lavoro dei designer (Lagerfeld, ad esempio, come cazzo fa?), mantenendo comunque un flusso costante di novità. La moglie ubriaca e la botte piena. In che modo? Non ne ho idea.“], per poi diventare una bella critica del fast fashion, per tutta una serie di voli pindarici entrati in gioco nel mio cervello (niente più obsolescenza programmata > oggetti più duraturi, ma anche costosi > nuovo modo di consumare > ciaociao Zara&co.).

E’ che di fast fashion avrei evitato volentieri di parlare (troppa carne al fuoco).  Poi, e qui arriviamo alla seconda notizia, ha cominciato a girare il video realizzato da delle blogger svedesi sulle fabbriche del sud-est asiatico in cui HM e compagnia fanno produrre i loro capi.
Io quel video neanche l’ho visto, ma mi ha stupito la reazione di tutti i fescioninfluenze, presunti tali e compagnia, che sembravano caduti da un pero.
E mi sono sentito in dovere di scrivere qualcosa: ma davvero pensavate che si potesse vendere una giacca a una cinquantina di euro e, in ordine totalmente cazzuale:

  • Pagarci i materiali, le tasse, l’affitto dell’enorme negozio in centro e tutte le altre spese extra,
  • Remunerare adeguatamente bene il sartino bengalese che l’ha assemblata, in modo da garantirgli l’astice alla catalana ogni sera a cena,
  • Far diventare Mr. Ortega uno degli uomini più ricchi del mondo?

No, dai, non lo credevate. La verità è che, nel momento in cui entriamo da Zara, siamo tutti (io incluso) presi da una certa pigrizia mentale, un narcotico per cui non ci viene da pensare alle condizioni di lavoro di chi ha fatto quel bolerino in finto pelo fucsia, ma, piuttosto, come ci stia e quanto costi. E pur sapendo che il suddetto bolerino non uscirà più di due volte dal nostro armadio (preferibilmente in giornate con scarsa visibilità), lo compriamo, perché in fondo è un affarone. E stiquatsi del nostro sartino del Bangladesh.

[Continua qui]

*=[crasi da “(che) cazzo c’entra”, cfr. dizionario del Milanese Imbruttito, 2014. Hoepli editore]

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2 thoughts on “Obsolescenza programmata (o anche “Report, il piumino e il cappotto”. Ma soprattutto, #siamotuttioche). Pt.1

  1. Matte! Sei una forza della natura. La moda è un affare e non è uguale per tutti, questo è quello che ci scoccia davvero. In fondo noi “popolo della moda” siamo solo “carne da macello” e non c’è niente che cambierà la cosa, perchè, come diceva il mio professore di filosofia, per fare una rivoluzione vera (e duratura) ci vogliono due elementi insieme: un grande ideale (e qui forse celapossiamofà) ed un grosso motivo economico, e il secondo mi sembra che abbia preso un’altra strada.

  2. Pingback: Obsolescenza programmata (o anche “Report, il piumino e il cappotto”. Ma soprattutto, #siamotuttioche). Pt.2 | Buone cose di pessimo gusto

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