Pensieri sulla fescionuicche

C’è qualcosa di estremamente rilassante nel non dover seguire come un forsennato la settimana della moda (solo perché è quella femminile, sicuramente a gennaio trascorrerò i giorni sul sito della CNMI invece di studiare per qualche esame impellente). Però, anche non avendo osservato con attenzione le sfilate, è quasi impossibile essersi persi le varie polemiche che hanno seguito la fescionuicche. A inaugurarle, Suzy capelliabucciadibanana Menkez, con una critica a Gucci e compagnia, rei di essere troppo anni ’70. Rischierà il linciaggio, salvandosi in zona Cesarini parlando di Marco de Vincenzo: “Only in Italy could the silken fringes once associated with flapper girls seem so sophisticated“.
Ecco che poi la Suzy torna all’assalto, suggerendo ai grandi brand di ringiovanirsi, ispirandosi al premier Renzi. Non è la prima volta che, per criticare la moda italiana, la butta in politica. C’è solo da domandarsi come non sia riuscita ad associare il referendum per l’indipendenza scozzese con l’ultima (brutta) collezione di Tom Ford.

Non si tira indietro neanche Alexander Fury, commentatore dell’Independent. Anzi, si butta a capofitto in un’ardita analisi economico-stilistica dell’ultima collezione di Prada, il cui fondamento logico è lo stesso della vecchia teoria della farfalla e l’uragano.
Tim Blanks, metruato perenne di Style.com, si dà alla nobile disciplina dell’aruspicina: il canapè di Prada viene esaminato e sviscerato come un signum divino (a proposito, qua c’è un bell’articolo di Matteo Persivale).

A tutte queste critiche hanno risposto, in un impetuoso (e inaspettato!) scatto d’orgoglio, i giornalisti (Giulia Crivelli e Simone Marchetti, tra i tanti) e Boselli, ricordando che, per quanto le collezioni siano potute non piacere ai reporter stranieri, sono state apprezzate dai buyer. Solo una magra consolazione, giacché ciò che il popolo della moda comincia a criticare ora, tra 10 anni potrebbe perdere il suo appeal, il cool factor davanti al grande pubblico.
La verità è che non hanno tutti i torti i giornalisti stranieri: questa è stata oggettivamente una milano noiosa. Ma ricordate qualcosa di Londra o NY degna di nota? Andate a vedere le sfilate della stagione precedente, poi di nuovo queste: perfettamente identiche per molti stilisti (e qua bisognerebbe aprire una lunga discussione sui tempi folli della moda e come inibiscano la creatività, ma teniamocela per un’altra volta, ok?).

Il problema di noi italiani è che prestiamo il fianco alle critica dandoci da soli la zappa sui piedi. Armani, quasi comprensibilmente, anticipa la sua sfilata dopo l’ultima buca che gli dà la Wintour, nessuno lo sostituisce e la fashion week perde un giorno (che poi, quanto conterà quella vecchiaccia sulle vendite di un brand? Sarei curioso di fare un calcolo serio a riguardo).
A fare qualche altro giochetto coi numeri (noi economisti ci divertiamo così), si vede che in un giorno parigino sfilano in media 10.3 designer, contro gli 11 di Milano, che diventano 12.4 se ignoriamo (come tutta la stampa estera ha fatto), l’ultima mezza giornata.
Ambeh? Ambeh so’ troppi. Bisogna diluire le presentazioni in più giorni. Del resto, come scrive al Corriere Paola Pollo, “dicono che la colpa sia di qualcuno (compratori, giornalisti, gente che conta) che non vuole restare un solo giorno in più a Milano. Mica sono vacanze, però. Vorrà dire che nell’era di streaming, di fb, di youtube, instagram, sms, what’s up, facetime e via, se ne farà una ragione. E tutti gli altri, finalmente, si godranno in santa pace lo spettacolo. O no?”. 

Milano, e la CNMI, non sono istituzioni rispettate. Non emanano quel pizzico di timore reverenziale che incute Parigi.
Sempre il caro Tim Blanks, parlando della sfilata di N.o 21, ha detto: “Could anyone really fancy themselves in an ill-fitting bralet that swoops just low enough to expose a corona of nipple? OK, the line is probably forming to the right as those words appear, but it’s not a trend to be encouraged” [….]. Mi chiedo se avrebbe avuto il coraggio di dire lo stesso di Saint Laurent, dove il panorama sulla poppa d’una modella non si è limitato alla sola areola.

Ma chi butta la critica SOLO sullo stile e sulla capacità degli italiani di produrre nuove leve non capisce il problema. L’Italia è piena di giovani talenti (ok, facciamo “nuovi”, ché appioppare l’aggettivo “giovane” a un 40enne è inopportuno, così salviamo capra&cavoli).
Ha ragione Angelo Flaccavento: “Milan Fashion Week felt like a perfect meal served on plastic dishes. Other fashion weeks might offer pre-cooked or humble meals, but they serve them lavishly with silver cutlery“. Anzi, in quanto a “new blood” la Francia sta messa peggio di noi (e infatti ha importato Givenchy, dell’Acqua e Zanini, e ciao Fury).
Quello che ci manca è la capacità di attrarre talenti dall’estero. Manca un supporto economico e d’immagine, c’è, invece, tanta burocrazia, e una città che sembra stanca, affannata (ho approfondito la questione qui, se v’interessa).

D’altro canto, vedo sempre più gente “normale” consapevole del ruolo della moda nell’industria italiana, e persino a conoscenza dei capricci della zarina Anna (vi ricordate quando la settimana della moda arrivò a durare quattro giorni?). E poi, c’è stato questo orgoglioso colpo di reni degli addetti al settore. A me piacciono i frasoni ad effetto, ma forse davvero stavolta siamo arrivati a un bivio: la prossima Milano Fashion Week sarà vera gloria, o tutta fuffa? Ai posteri l’ardua sentenza.

Annunci

2 thoughts on “Pensieri sulla fescionuicche

  1. Milano è un gran casino. Io sono stata una volta a Milano e una a Parigi. Da non addetta ai lavori ma da curiosa e c’è un abisso! Parigi è uno spettacolo solo per gli spazi, i trasporti accessibili anche a chi non ha il macchinone di rappresentanza, i musei, le mostre e gli spettacoli che può vedere anche chi non può o non vuole assistere a tutte le sfilate. Non solo: anche i semplici appassionati come noi o chi non è vestito alla Dello Russo, non sono trattati come KaKKa, ma con rispetto e spesso, finito l’accesso degli addetti ai lavori, vengono persino aperte le porte. Ma cosa c’entrano gli appassionati con l’industria della moda? Niente, ma anche tanto, perchè la comunicazione fatta dal popolino del web è tanto, ha fatto crescere chi non aveva le prossibilità delle grandi case di moda, fa audience comunque. Ma l’Italia si sa, è un paese vecchio e, la Menkes non lo sa, ma anche Renzi è tanto tanto vecchio, forse più di Boselli. E per quanto attiene alla creatività, oggi ce ne è davvero poca, anche i più acclamati puntano prevalentemente sulle lavorazioni,i tessuti, le stampe i materiai innovativi, ma di studio sui tagli e sulle forme ce ne è poco. Anyway, a me dell’Acqua piace: è bravo e vende, gli americani si tengano pure Michael Kors!

  2. Non è che ci sia stato nulla di clamoroso in nessuna fashion week a sto giro. Detto questo, a me sembrano critiche costruite a tavolino: avessero a che fare con l’organizzazione potrei capire ma sulla creatività, mancanza di giovani e altro sono pretestuose. Il problema è di organizzazione, autorevolezza della Camera della Moda, solidarietà + tutti i problemi che riguardano qualsiasi cosa si faccia nel nostro paese, il paese dove tutto è complicato (in pratica sto sintetizzando e manco tanto l’incipit di un post che avevo scritto sulle sfilate ma che dubito vedrà mai la luce). Anche perché questi stessi giornalisti spesso sono più che generosi con sfilate della NYFW che un po’ di onestà intellettuale e un mondo in cui non prevale solo il business dovrebbero depennare 1-3. Poi venendo alla creatività, è vero che in generale è stata una stagione meno interessante, però come dicevi anche tu e non per giustificare ci sono davvero troppoe collezioni, tra p-à-p, haute couture, precollezioni, seconde linee e collaborazioni alcuni devono partorire anche 10 collezioni l’anno. Io avrei un modesto suggerimento irrealizzabile per la Camera della Moda che implica ovviamente di non scendere assolutamente al di sotto dei 6 giorni, alla faccia della megera. Adesso mi leggo l’articolo di Persivale, ho letto qualche passaggio di Flaccavento che come al solito mi è sembrato magistrale. La definizione di Tim Blanks mi ha fatto cappottare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...