Pazza idea

Dovete sapere che mi piace molto il cinema. Purtroppo, però, mi capita di non parlarvene spesso, sostanzialmente per due ragioni:

1) Ci capito pochissimo.

2) Sono una persona dai gusti difficili (eufemismo). Odio tutto: cinepanettoni, film americani e “film MIBAC” (quelli densi di silenzi esistenziale, dove la metà delle battute sono respiri affannosi come neanche un orgasmo multiplo o a una finale femminile degli internazionali di tennis).

Qualche giorno fa, invece, per sconfiggere la noia di una serata romana di fine estate, andiamo con mia madre (che è più radical chic di me, ma è anche simpatica -sì, qualora non l’aveste capito, sono terribilmente radical chic) a vedere Pazza Idea.
Regista greco sconosciuto ai più (Panos Koutras), sezione Un certain regard del festival di Cannes, tematiche impegnate, distribuzione in tre sale su tutta Roma e un buon voto su Mymovies: tutto l’armamentario necessario per un film gauche caviar come piace a noi, ma anche per un film MIBAC (faccina impanicata). Decidiamo di correre il rischio, e ne vale la pena.

Ve la faccio breve, ché senno quando pubblico il post il film sarà già uscito dalle sale e introvabile ovunque: Pazza idea affronta temi “classici” del film impegnato, come immigrazione, ius soli e omosessualità, senza però moralismi e pesantezze, anzi, con una leggerezza onirica che strappa più di una risata.
Il tutto in una Grecia che, tra antica xenìa e moderna xenofobia, potrebbe essere benissimo l’Italia o qualunque altro paese del continente.
Protagonisti due fratelli -Odysseas e Dany- accompagnati da un “metaforico” coniglietto bianco, Dido (su di lui non dico altro, non voglio spoilerare). Ody e Dany Sono nati in Grecia, ma da madre immigrata irregolare, e così, alla vigilia del 18esimo del fratello maggiore, si metteranno in viaggio alla ricerca dello sconosciuto padre naturale, greco, nella speranza di essere riconosciuti.
A complicare le cose, ci si mette il fatto che Dany, sedicenne, è gay. Anzi, tra pantaloncini corti, leccalecca sempre in bocca e borsone rosa, in gergo tecnico, si direbbe che è una checca. Stereotipatissimo, ma di uno stereotipo che non dà fastidio né ai gay (a cui tutto il film strizza l’occhio con divertenti scene di nudo assolutamente gratuite) né agli etero “benpensanti”.
E’ un film dolce, simpaticamente assurdo, non vittimista né moralista e molto pop, con una Patty Pravo (da cui il titolo italiano) assurta a dea in terra. Andate a vederlo -correte, prima che sparisca!- e capirete perché.


(officineubu.com)

Distribuito in Italia da Officine Ubu.

Ps.: Probabilmente l’avrete già visto, e comunque sarà uscito dalle sale quasi sei mesi fa, ma ho notato in giro il dvd di Grand Budapest Hotel: se ve lo siete persi al cinema, ora potete rimediare: ve lo consiglio.

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