Un complicato rapporto con J.W. Anderson

Fino a qualche anno fa, se avessi chiesto al più accanito dei fashionisti -aka mio cugino- qualora conoscesse Loewe, lui probabilmente mi avrebbe parlato di una marca di televisori.
Loewe è sì il nome di una marca di televisori, ma anche quello di una veneranda griffe di pelletteria madrilena, poco nota al di qua dei Pirenei. Loewe sta all’alta borghesia spagnola come Hermès a quella di Parigi e Prada a quella di Milano. Se vedete girare per le vie di Madrid una distinta vecchina coi capelli cotonati e qualche carato all’anulare, ecco: molto probabilmente la sua borsa è Loewe.

Effettivamente, però, se mio cugino non conosceva l'”Hermès spagnola”, fornitrice ufficiale della casa di Borbone, è anche perché Loewe era un segreto ben custodito. Acquistata nel 1996 da LVMH (“ogni brand è trincea”, parafrasando un più famoso detto), la marca è rimasta per molto tempo un brand dormiente. Nel 2007, poi, è stato assunto il direttore creativo Stuart Vevers e nel 2012 ha cominciato un’aggressiva strategia di aperture qua e là per il mondo. Loewe sembrava la marca perfetta per un’espansione florida: tanta storia (è del 1846) e un sacco di belle borse pronte per le danarose signorine di Shanghai. Però le mancavano due ingredienti chiave: una forte caratterizzazione e un hipe modaiolo. Senza di quelli non sei nessuno.

Vevers, molto bravo a fare borse, non aveva evidentemente queste ultime capacità, così arriva a sostituirlo, , sotto l’ala protettiva di Delphine Arnault, il giovane re Mida della scena modaiola londinese, J.W. Anderson.
Il ragazzo ci va giù subito col piede di piombo, à la Slimane: cambia il packaging e il logo, 4 L corsive: ora è più sgraziato, con un font dall’aspetto vagamente vintage.
Qualche tempo dopo viene presentato un nuovo sito: non c’è più traccia di niente del vecchio Loewe, se non di due best sellers come le borse Amazona e Flamenco, malamente rivisitate, che ora sembrano direttamente uscite dagli anni ’70. Del resto il giovane Anderson non ha nessuna esperienza in fatto di design di accessori.

(Appena possibile correrò in negozio a vedere quanto sia stato davvero eliminato e quanto sia stato salvato dell’era Vevers).

Più o meno nel momento in cui visito il nuovo sito vede la genesi questo post, che nasce come una lettera semiseria a M.me Arnault in cui la si invita a farsi un pochino di cazzi suoi. Il succo della lettera è il seguente: “Loewe è più vecchia della repubblica Italiana, in Spagna è oggetto di venerazione, poi arrivi tu, brutta sudicia figlia di papà, e cancelli tutto per far divertire questo pischelletto che veste gli uomini da donne (Anderson, ndr). MA CHI TE CREDI DI ESSERE? MA ‘NVEDI ?NPO’ DO’ TE NE DEVI ANNA'”.
(Ci ho messo un po’ a mettere propriamente tutti gli apostrofi, ma alla fine ce l’ho fatta e sono molto fiero di me).
Del resto anch’io mi sentivo legato a Loewe un po’ come le vecchine di Madrid.

Poi, però, Anderson ha presentato la nuova collezione estiva. E tutto è cambiato. Niente sfilata, solo una ventina di foto scattate da Jamie Hawkesworth in una qualche chicchettosa località di mare spagnola vicino Cadice.

Non c’è niente di estremo (più o meno), solo un guardaroba di pezzi basici rivisitati, e salta subito agli occhi la rilassatezza, la naturalezza dei look…ma non parlatemi di normcore, per piacere, che fate una brutta fine.
L’immaginario è quello di una comitiva di elegantissimi ragazzi che passano le vacanze in Spagna.
Ci sono i jeans con un risvolto imponente (roba che Pilati me fai ‘na pippa) in popeline di cotone bianco (pronti per la caccia alla tellina) e le espadrillas in pelle, o anche gli spessi plaid in mohair, da appoggiarsi sulle spalle per passar la notte in spiaggia. Ci sono le henley in seta a coste, i maglioni in lana a strisce multicolore (brutti) e quelli in cashmere motivo damiér con collo a barca (belli).
Tante biker jackets, borse, ma anche trench e polo (se solo avessi un’idea di come si fa, qua ci sarebbe una faccina con gli occhi a cuore) in suede color oro -trademark della maison-fanno il loro onesto compito a ricordare che questa è l’Hermès di Spagna, mica pizza e fichi.

La cosa che mi colpisce, però, è come Anderson riesca a infondere il suo stile caratteristico nella collezione senza che questo significhi qualcosa di importabile, o lontano dallo stile di Loewe. La sua idea di gender blending si esprime nei capi: sono unisex ma sempre maschili, destrutturati, danno tutti l’idea di essere stati drappeggiati al momento sul corpo, dai tuniconi di cotone alle camicie oxford asimmetriche fino a cardigan in mohair che sembrano un po’ gli scialli della nonna.
Anche i modelli, ragazzi che sprizzano coinvolgente gioia di vivere da tutte le parti (ironico), dalla sessualità un po’ indefinita, sono molto nello stile Anderson. I materiali sono tutti lussuosi, come si conviene a Loewe, dalle lane (mohair, cashmere, alpaca e merino) alla seta, ai più semplici cotone e lino e, last but not least, a un agnello trattato antigoccia. 
Infine c’è qualche capo ispirato al meccano, dalle biker con applicazioni in pelle colorata alla maglieria. Bruttini, posso dirlo?

Io mi sono innamorato di una camicia in seta a bastoncini, abbottonatura asimmetrica (dall’ascella al collo) e una tasca storta sul cuore.
Mio cugino (quello di cui sopra), dice che fa molto bambino col pigiama a righe (vero, verissimo), ma a me piace uguale. Peccato che costi 1200 euro (BABBO NATALE, SE CI SEI BATTI UN COLPO).

Come va di moda ora, la collezione si può già acquistare in alcuni negozi. In Italia, l’unico è quello di Milano, che è anche il primo in Europa arredato col nuovo concept. Inutile dire che, dopo aver visto la collezione online, decido di fiondarmici.
Il negozio, in un vecchio palazzo di Montenapoleone, è davvero un buchetto. Quando entro si sente ancora l’odore di vernice fresca. Dall’arredamento mi sembra abbastanza chiaro che lo stilista abbia deciso di liberarsi di Peter Marino, storico architetto di questa e altre mille griffes. Basta questo per farmi capire che è scattato definitivamente qualcosa tra me e Anderson, visto che Marino non lo posso proprio vedere.
All’ingresso ci sono tre commessi, due donne e un uomo, che chiacchierano amabilmente. Io odio i commessi che chiacchierano, mi faccio sempre degli enormi film mentali su quanto mi maledicano per aver interrotto i loro scambi di pettegolezzi e quindi, se non posso bypassarli, ricambio con dell’odio preventivo. Stavolta, non conoscendo il negozio, mi trovo costretto a chiedere dove sia la collezione uomo. Una dei tre mi chiede se sia interessato alle borse o all’abbigliamento. La cosa un po’ mi turba, perché di solito quelli interessati alle borse sono i fashion blogger e io di solito non passo come tale (grande motivo di vanto). Rispondo prontamente che mi interessano gli abiti, e col tono tento di farle capire che ehi, ma che te credi, mica sono un fescionblogghe!

Salendo noto che la nuova boutique conserva il soffitto con travi di legno a vista. L’arredamento è moderno ed essenziale, ma tradisce l’origine spagnola del brand, come gli stendiabiti in ferro battuto, le sedie in legno e paglia e alcuni dettagli che sembrano ripresi dai balconi riccamente decorati del paese.
Non ci è dato sapere il nome dell’architetto, ma il concept lineare è ispirato al lavoro fatto negli anni ’60 da Javier Carvajal, un Carlo Scarpa de noartri, per la marca.
Arrivato al piano di sopra, la commessa mi introduce nel mini-stanzino dov’è custodito l’abbigliamento. Entrando si sale uno scalino, e devo stare attento a non sbattere la testa al soffitto. Qualche faretto è puntato su un unico stendiabiti dove sono esposti la mia camicia, due maglie e due giacche. L’effetto è molto museale.
La commessa mi mostra con particolare enfasi le maglie in cashmere, dice qualcosa che non m’importa e se ne va a piegare maglioni già perfettamente piegati. Io rimango solo con la camicia, la palpo un po’, ma non troppo. Ho una porca paura che la danneggi e debba ripagare quei 1200 euro (addio rene destro, in quel caso). Sulla tasca sbilenca c’è, lavorato jacquard (o qualcosa simile, chè io sono ignorante), l’anagramma di Loewe. Le faccio una foto, da bravo fashion blogger (naturalmente non la metto qua, ma la potete trovare su tuitte emortaccivostrasenonmiseguite). E’ una cosa che, normalmente, non farei mai, ma ora che la commessa ha scoperto il mio segreto, non ho più senso del pudore.

Scendendo noto delle sculture totemiche. All’entrata evidentemente ero troppo terrorizzato dai commessi per accorgermi di loro. Si chiamano (non i commessi, le sculture) Infinite Columns, “Colonne Infinite”, di Ugo La Pietra, e sono molto belle. Versioni più piccole pare siano in vendita nella boutique. Non so se questo connubio tra arte locale e Loewe mi piaccia (credo abbiano fatto qualcosa simile con un maestro ceramista a Tokyo), o forse sia un po’ triste: arriva l’emiro di turno, compra la camicia e il maglione, scende, gli piacciono le statue e se le porta via. Rischia di essere molto commerciale e poco artistico. Bah, a voi decidere.

Infine, due considerazioni. La prima è una lode ad Anderson che, con questa collezione, supera finalmente il dualismo tra creatività e indossabilità con dei capi che sintetizzano in sé entrambe le caratteristiche (dopo ‘sta frase m’aspetto la laurea in filosofia honoris causa). La seconda è un po’ più terra terra: sarei curioso di vedere come in Spagna il grande pubblico e, soprattutto, la clientela storica abbiano preso questa trasformazione, visto che là, mi ripeto, Loewe è una sorta di patrimonio nazionale. Chissà se le vecchie madrilene (o il signor Enrique) saranno contente del nuovo Loewe…

(PS.: Jonathan, non ti montare, continuo a credere che la pelletteria proprio naa sai fa’. E smettila di logare tutto quello che trovi in giro, per piacere).

(PPS.: Lo sapevate che la campagna pubblicitaria usa foto di Steven Meisel scattate nel 1997 per Vogue Italia? Pare che siano particolarmente significative per il designer, ma non si capisce perché. L’ho trovato divertente, poi casomai a voi ‘n ve ne frega gnende).

(PPPS.: Sì, avete passato 10 minuti buoni a leggere dei miei 10 minuti nel negozio Loewe, come se fosse la Divina Commedia. James Joyce, me fai ‘na pippa).

(PPPPS.: Sapete che potete esprimere il vostro amore per il mio lavoro mipiaciando la pagina facebook del blog? Anche qua, come per twitter, mortaccivostrasenonmiseguite. Pace e bene).

(PPPPPS.: Lo so che avrei dovuto mettere più puntini nei vari PS, o non metterli proprio, ma che ci volete fare, mi andava così. Buon WE!).

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One thought on “Un complicato rapporto con J.W. Anderson

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