Andra moi ennepe, mousa…

“Ἄνδρα μοι ννεπε, Μοσα, πολύτροπον, ς μάλα πολλ

πλάγχθη, πε Τροίης ερν πτολίεθρον περσε·

πολλν δ’ νθρώπων δεν στεα κα νόον γνω,

πολλ δ’ γ’ ν πόντ πάθεν λγεα ν κατ θυμόν,

ρνύμενος ν τε ψυχν κα νόστον ταίρων”.

Narrami, o musa, dell’eroe multiforme, che tanto vagò,/ dopo che distrusse la Rocca sacra di Troia:/ di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,/ molti dolori patì sul mare nell’animo suo,/ per riacquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni.

(Odissea, 1, 1-5. Traduzione di  Rosa Calzecchi Onesti. Se mi ricordassi bene il greco vi scriverei anche la traslitterazione, ma ho paura che esca una porcata).

In fondo, questa non è che la storia di Stefano Pilati. Basta sostituire Troia con Pierre Bergè. 

Prima di cominciare questo pezzo, che è il post epico di cui vi avevo parlato qualche giorno fa, devo dichiarare la mia assoluta imparzialità: io lo adoro.
(Pilati, eh, mica Bergè).
Come sa maneggiare lui le regole sartoriali del vestire maschile, senza farsene irretire, nessuno. E tralascio quello che penso di chi l’ha cacciato malamente, e di Slimane. Anzi, lo dico: ho visto il nuovo negozio a Roma e fa così schifo che credo Hedi possa avere un brillante futuro nell’architettura funeraria azera.

Comunquesia (sì, lo so che si scrive staccato), l’avrete capito, oggi si parla un po’ del nostro Stefanone nazionale. Nominato nel 2004 direttore creativo di YVES Saint Laurent, il designer lascia la maison, con cui ha un rapporto travagliato (eufemismo) a febbraio 2012. Da lì, 7 mesi di silenzio e speculazioni: “Andrà da Arm­ani? Fonderà un suo brand”? Poi, e siamo al 4 settembre, Ermenegildo Zegna fa a tutti un regalo, e porta in casa Pilati.
Gildo Zegna aveva pensato al designer milanese prima di tutto per revitalizzare Agnona, marca del 1953 acquistata dal gruppo Zegna nel ’99 e finora più o meno dormiente (“da vecchia”, cit. mamma). Poi decide di cogliere al balzo il momento della moda uomo, che tra Yummies e fescionblogghe filippini cresce più della femminile, e affida a Pilati anche la piccola Zegna couture.

Prima di Pilati (a proposito, che ne dite un nuovo sistema cronologico che si divida in AS –Avanti Stefano- e DS –dopo Stefano?), Zegna couture era la piccola linea top di gamma della casa. Anche ora rimane una cosina molto esclusiva: la collezione si trova in una trentina di negozi in tutto il mondo, tra cui, unica in Italia, la boutique di Milano, dov’è esposta in tre salette arroccate al quarto piano, che è più facile salire in ginocchio la scala santa che arrivarci. Lo sforzo merita, però.
Sempre perché la linea è esclusiva i prezzi sono alti: Gildo Zegna ha parlato di un +50% rispetto alla mainline, e l’impressione è che questa formulina magica sia stata applicata pedissequamente, con una politica di pricing un po’ accazzo, come si suol dire in gergo tecnico. Un paio di ciavatte brutte in vitello, infatti, costa 750 euro, poco più di una camicia (oltre i 500), che però viene più di un maglione in cashmere ultralight.
Misterum fidei.

La prima sfida che dovrà fronteggiare la strana coppia Gildo&Stefano, novelli Tom&Dom, è quella del brand. Zegna contava, al 2012, 3 linee: Ermenegildo Zegna, Zzegna (entrambe di sfilata), e Zegna Sport. Ora si aggiunge anche la couture, e il rischio bordello è elevato. Da Via Savona rispondono così: Ermenegildo Zegna non sfila più, sostituita dalla couture, più fescionconsciusss, Zzegna e Sport si fondono in una crasi dragombolliana (wikipedia ha una voce molto scientifica in merito) presentata proprio qualche tempo fa al Pitti. Di Zzegna mantiene il nome, ma l’impostazione è molto sportiva. Comunque, siamo sicuri che il duo Surridge-Scallon darà ‘na pista persino a Gogeta.

L’altra mia perplessità è sulla brand identity di Zegna. Se vi state chiedendo quale sia la brand identity di Zegna, il problema è proprio quello: non c’è. E’ una griffe associata al vestito grigio, punto. Forse sarebbe necessario caratterizzarla maggiormente, forse G&S ci stanno già pensando, o forse non servirebbe: ai clienti abituali va già bene così, i fashionisti si accontenteranno dei disegni di Pilati.

E a questo punto, possiamo parlare di abiti. Già nella prima sfilata c’è così tanta carne al fuoco che non è facile ordinare le idee. La prima cosa che ricordo è l’atmosfera. Non che io fossi a Milano, eh (anzi, ero sulla graticola per la mia maturità), ma la si percepiva. La sentivo leggendo le interviste a Pilati, le anticipazioni e poi le prime recensioni. Non era solo l’atmosfera di un grande debutto. Era un qualcosa di simile a un senso di orgoglio, simile alla gioia quando una persona cara torna da lontano: almeno uno profeta in patria lo è. Chiusa parentesi, torniamo al 22 giugno 2013, Padiglione 3 di Fiera Milano City, zona al fulcro di un’importante riqualificazione architettonica (parliamo di nomi come Libeskind, Hadid e Isozaki).

Una nota la meritano suoni e  video che accompagnano lo show, perché con Stefano di vero e proprio show si parla. Del clip si occupa il capellone svedese Johan Söderberg, la musica intervalla i suoni minimali del songwriter Klas Åhlund e quelli delle macchine tessili (alla “Italian textile sonata“) con il piano del francese Maxence Cyrin. Il risultato è poetico, e lo potete ascoltare sotto.

Lo stilista disegna per una “label without legacy“, per dirla come Charlie Porter del Financial Times, e così può pescare ispirazione da più fonti. La prima è proprio il suo guardaroba, come lui stesso ammette. Ci sono, infatti, i cappotti oversized lasciati aperti, o quelle maglie a maniche lunghissime da risvoltare con nonchalance sulla giacca. Belli, perchè sono la trasposizione su dei capi di certi gesti pieni di naturalezza.

Un’idea di rilassatezza è infusa in tutta la collezione: sono gli spezzati, le cinture annodate, i cappotti lasciati aperti […]:“Before I even put the show together, I asked myself how I could make Zegna distinctive in this evolving landscape. I wanted to emphasize a studied nonchalance in dressing up for men”.

E’ “sexy”, dice Pilati, elegante in maniera languida: lo stilista milanese ci ha abituati a sfilate sempre ricche di eros, una componente importante nel suo lavoro, che, in questi capi, appare come mitigata. Sarà perchè “questa collezione rappresenta il mio ritorno in Italia: un rientro a casa che mi ha indotto a un certo romanticismo“?

È stata Anna Zegna che mi ha dato il là consegnandomi dei filmini sui suoi genitori -racconta Pilati -. Mi ha colpito uno in particolare con il padre in vacanza a Capri vestito con un completo rosso slavato e parliamo degli anni Sessanta. Ecco, quello è l’uomo che mi ha ispirato: capace di smettere i panni del businessman cittadino e rilassarsi in quel modo intimista, nessuna nostalgia. Potere e romanticismo: questo trovo sia contemporaneità maschile. Non solo una camicia bianca con le cifre“.

Altro punto importante del discorso sono i colori. 33, che vanno dal navy al ghiaccio, a un azzurro polveroso, sabbia, khaki, amaranto, zafferano, burro, salvia, oliva, tabacco e altri. “I’ve always pushed the feeling of being at ease with masculine vanity. Journalists reduced this idea to dandyism, which I consider outdated. (…) I have a big and very colorful wardrobe. From this I can put together many looks in different ways. A large wardrobe is a luxury, so the use of color was in itself an indicator of luxury, a gesture of ease. This was my main way of making the brand distinctive”. E ancora “When I started to work on the last collection, I said ‘How can I make the Zegna man distinguished in the menswear landscape?’ And I thought, you know, a gesture of luxury. It can be translated in the use of colour, without necessarily looking like a dandy or a peacock. You can do it elegantly, all based on nuances”. Quanto di più lontano dal clichè del vestito grigio, associato così fortemente a Zegna.

Pilati non vuole che si parli di rivoluzione (con la moda fioccano sempre termini esagerati), come a voler rifuggire da tutte le parole logore, svuotate. Così suggerisce “evoluzione“. Suona più calmo, ma non necessariamente meno sovversivo. Perché di rivoluzioni da passerella non si sente molto bisogno. Ci sono le giacche con tasche tagliate in diagonale, i foulard in seta croccante al posto delle cravatte, i polsini delle giacche senza bottoni. I revers non sono a lancia né a dente, ma con un cran (lo spacchetto del bavero, a Napoli sgarzillo)  sottile, quasi una linea tracciata a matita, forse ispirato dalla scuola sartoriale di Parigi. Ci sono le polo-camicie (è la volta buona che ne compro una), i doppiopetto a due bottoni, e le oxford in cordovan senza lacci.

Ci sono le polo in habotai di seta stampata a fiori, ma anche incrostazioni floreali su bomber, cappotti e, più modestamente, cinture, che strizzano un po’ (troppo) l’occhio a est. Ci sono le maglie di lana o cashmere e seta finissimi, le camicie con piping a contrasto. Ci sono le sahariane in suede o lana, i bomber in maglia di tessuto tecnico, ma anche i blouson in doppione di seta. Ci sono gli shorts in seta indossati sopra quelli di nylon, senza però essere ridicoli. Volumi asciutti senza essere asfissianti si alternano a forme decisamente più over. Bruttine le ultime tre uscite, va detto, in un sablè di lana e seta nera scintillante un po’ troppo funereo (ricorda il vestito di vecchio un amico rumeno. E, con tutti il rispetto possibile per il bravo Matei -che ora studia a Londra- non è un complimento).

Poi c’è una riflessione sul know-how, o meglio, sull’ “apparente contraddizione tra industria e know-how“: “Everything that has been done in the savoir faire, for me, was a bit boring. I wanted a kind of newer way”. Pilati si muove lontano dai molti discorsi che, nel mondo della moda, oggi parlano -abusandone- di “artigianalità”. Il suo omaggio alle macchine non si ferma al solo video, ma si concretizza in una collezione dove i tessuti sono protagonisti. Del resto son proprio loro il grande punto in comune tra lo stilista (che aveva iniziato la carriera con la ricerca tessile) e la maison biellese.

Oggi sfilano il doppione di seta (candido, vagamente croccante, meraviglioso) un kid mohair direttamente dagli anni ’30, la maglia di nylon a grana di riso, un cashmere misto a del cellophane, un po’ rigido al tatto e tutto sbrilluccicante, e tanti, opulenti, jacquard. Proprio questi jacquard sono alla base del nuovo spezzato: non una differenza di colori, tra giacca e pantaloni, ma di lavorazioni. “The height of chic is to take a jacket from one suit and pants from another, where the shades perfectly match and it looks like a suit, but it reveals a personality that is a bit different. It is formal, original, classic and, at the same time, shows that you have possibilities and status.”

(Tutte e tre le foto da jakandjil.com)

Zegna non si risparmia un’adeguata promozione pubblicitaria, su più canali: online fanno hipe le foto scattate a Los Angeles da Scott Schuman, mentre la campagna pubblicitaria “ufficiale”, di  Inez&Vinoodh (prima o poi imparerò a scriverlo anch’io), ha tappezzato per qualche mese i giornali, con quel conturbante travetto a X che vedete due foto sotto. Il concetto nasce dalla necessità di mettere insieme, nella campagna pubblicitaria, il classicismo di Zegna e l’afflato sperimentale della Couture: “How can I keep the two things together? If I showed only colour, floral, broken suits with a scarf instead of a tie, it might be a bit too ‘Whoa, what’s going on there?’ There are two elements and they need to go together”. 

E così viene fuori l’idea delle “nuove eminenze grigie“, che è alla base degli scatti. Da un lato l’uomo pubblico, l’attore Jamie Dornan (futuro Christian Gray nel film di 50 sfumature di grigio), dall’altro il modello Paolo Anchisi, che gioca da dietro le scene, suggerisce, si muove con discrezione nel suo tradizionalissimo abito Zegna grigio. Alcune foto, lo ammetto, possono lasciare un po’ perplessi, per via delle facce da pesce lesso di Dornan (vedi sotto), ma nell’ensemble l’idea è suggestiva: il fascino del potere.

 

The Sartorialist per Zegna couture, da Zegna.com

Uno scatto della nuova campagna pubblicitaria, da Zegna.com

Aò, ma che stai affà? M’hai fatto cade’ er gelato! Li mortacci tua…

E’ interessante vedere come ci sia una relazione simile tra Pilati e Gildo Zegna, che corre in entrambi i versi: Pilati è l’uomo pubblico nel mondo della moda, Zegna in quello istituzionale: un gioco di specchi deformanti, ma in senso positivo (e qua cito Giulia Crivelli).

Insieme alle foto, Zegna ha rilasciato un video, anche questo a firma di Söderberg, in cui lo stilista spiega la campagna pubblicitaria: ” (They) came to me and said, ‘We normally do a video, where we actually explain the concept of the campaign. Would you like to do it’? Obviously, I hate this kind of thing, but I said ‘OK, I will do it,’ only on one condition: that I can do it as a form of CNN news. If you really listen to it, you understand what the campaign is and why I did it”. Molto divertente Pilati (che ha addirittura preso lezioni di dizione per realizzare il clip), col suo Stefano Piladii, mentre l’accento di Gildo Zegna aggiunge un quid di ruffiano, che aiuta a non prendere tutto troppo sul serio. Il risultato finale oscilla tra queste due impressioni (quando chiederò di assistere a una sfilata Zegna mi pentirò di quello che ho appena scritto). Interessante notare, tra le moderne eminenze grigie che scorrono sullo schermo, Jon Favreau, ex ghost-writer di Obama.

OK. Qui abbiamo finito la prima parte. Ora prendetevi una bella pausa, apritevi una coca cola o rollatevi una cannetta, perchè siamo solo -ahivoi- a metà. E siete fortunati, perché ho deciso di risparmiarmi i miei sproloqui su Agnona.

…(momento di pausa)

Bene, ora possiamo ricominciare, e ripartiamo con la seconda sfilata di Zegna Couture.

Il video che accompagna lo show (ancora una volta di Söderberg) è qualcosa di straordinario, non di rado distoglie la vista dagli abiti.
Siamo al buio. Sullo schermo, una ripresa dall’alto del palazzo della Fiera, dove si sfila, in quell’esatto momento.
Lo zoom retrocede in fretta: vediamo Milano, poi la Pianura Padana, le Alpi, l’Europa e poi l’intera terra, che, sempre più piccola, svanisce nello spazio. In sottofondo, un malinconico Tchaikovsky (Le Stagioni, op. 37b Ottobre: canto d’autunno, prontamente scaricata sul cellulare) si mischia ai suoni dello spazio.
Il tutto è reso possibile dal progetto Acoustic Astronomy dell’astrofisica Fiorella Terenzi (Università della Florida): la scienziata, in collaborazione con altre università USA, trasforma le radiazioni galattiche, tramite un programma di sintesi del suono, in “musica”, che, appunto, accompagna l’opera del compositore russo.
Sullo schermo continuano a scorrere galassie, poi la musica s’interrompe, cambiano le immagini: comincia una sequenza rapidissima di immagini di New York: la metro, la gente che brulica per le strade, i taxi gialli e Times Square. I rumori del traffico della Grande Mela hanno sostituito la musica classica. Tempo 30 secondi e a occupare il video ritorna l’universo. Poi, ancora una volta, riprese di una città. Stavolta è Shanghai. Immagini di Pudong e dei suoi grattacieli in stile occidentale si alternano a quelle di cittadini che praticano Qi-Gong, in sottofondo musica tradizionale cinese. Infime, a Shanghai segue Milano: vai di opera (Il Barbiere di Siviglia e, credo, La Traviata), tram, caldarrostai, un po’ d’altri stereotipi e bucoliche riprese di Parco Sempione. Chiude il video una ripresa simmetrica a quella iniziale, che dall’universo scende sempre più fino a “toccare” la Fiera di Milano.

La collezione è ispirata al rapporto uomo-natura, ma dov’è più evidente è nel video e nei materiali: un misto di fibre naturali (vigogna, lana, cashmere, sete giapponesi) e artificiali (nylon, ma anche kevlar). Anche le lane, però, possono essere trattate con l’effetto galaxy, che conferisce un effetto scintillante, come la superficie lunare.
L’ispirazione si trasforma anche in alcuni dettagli stilistici non sempre convincenti. Perché, Stefano, io davvero ti voglio bene, ma mi devi spiegare a cosa servono le spine di stegosauro sul maxicardigan in cashmere (per non parlare degli stivali in cocco termosaldato). Più in generale, l’intera collezione dà l’idea di una maggior rilassatezza dello stilista rispetto alla prima.

Sono presenti ancora una volta i classici dello stile Pilati, come i cappotti voluminosi, ma anche sperimentalismi più modaioli. Alcuni non proprio riusciti (Ste’, nessuno vuole andare in giro con un poncho che sembri un sacco di patate, neanche se è pieno di ovatta di cashmere), altri più felici. La contaminazione tra sportivo e formale, altro leitmotiv della collezione, non è certo una novità per la moda, ma, maneggiata da Pilati, è sempre piacevole: eleganti bomber cropped si poggiano su abiti dal taglio perfetto, e se piove potete contare su un parka-mantella à la Robin Hood in doppio di vigogna.

Il capo “iconico” è sicuramente il cappotto in vigogna con revers che si trasformano in una sciarpa (sì, proprio quello che sembra una tunica jedi. Pensate che il prezzo si vocifera sia sui 150 mila). Sarà l’imponenza del cappotto, sarà il passo marziale del modello, ma tutto sembra parlare di power dressing. Questo, insieme all’effetto di continuo movimento dei lembi di tessuto, crea una suggestione di sensuale languore. O forse è che le due sciarpone, chiuse così, assomigliano un po’ a una vagina. Fate voi (non preoccupatevi zozzoni, vi ho messo la foto qua sotto)

 (Da modaonline.it)

Con questa collezione si capisce anche quali elementi siano entrati stabilmente nel vocabolario di Zegna couture. Confermati, ad esempio, il doppiopetto due bottoni e la polocamicia. Spariscono, invece, le maglie a maniche lunghissime (Stefano, fai ancora in tempo a rimediare. Infilale nella prossima collezione e non ti dico niente).

La campagna pubblicitaria, ancora firmata dagli olandesi Inez&Vinoodh, riprende il tema delle eminenze grigie. In delle anonime salette riunioni (molto New world order. O bunker della Casa Bianca, fate voi) si aggira una sfilza di uomini in completo grigio, con l’attore Sam Riley che spicca con gli abiti di Pilati.

“But first, let me take a selfie”

(entrambe le foto da zegna.com)

L’effetto dei revers che si trasformano in sciarpa viene replicato nella maglieria e nei capispalla, siano peacoat o bomber, come i due nelle foto qui sotto (thesartorialist.com), che rendono ufficialmente i miei reni a rischio vendita.

(Qua tracce di copiosa salivazione. Sbavo.)

Tra le altre “cose ben riuscite” ci sono i bomber striminziti in tessuti sartoriali e il suddetto megacardigan di cashmere (perdoniamogli ‘ste spine di stegosauro), da indossare sopra il completo, o i capispalla in tessuto double, cashmere da un lato e shetland dall’altro.

 (Da modaonline.it)

E così- tirate un sospiro di sollievo- siamo arrivati all’ultima collezione, presentata qualche giorno fa. Ancora una volta nel solito padiglione della fiera, ancora una volta un setting che sorprende: manca il video, ma nel mezzo dell’enorme palazzo si erge lo scheletro di una costruzione, visto da Pilati durante in viaggio a Paros (invidia). E da questa rovina parte l’ispirazione della sfilata, descritta, cripticamente come da tradizione, nelle show notes:

Il punto di partenza è stato l’architettura, poi si è aggiunto lo spazio come termine per oggettivarla, l’ispirazione è il risultato della loro interazione tradotta nell’origine della funzionalità per incarnare le strutture sociali, le logiche di business –ormai è partito per la tangente-. Innovazione e distruzione; splendore e decadenza, filosofia e romanticismo, maschile e femminile sono le fonti per sviluppare questo nuovo capitolo: l’architettura si contrappone allo spazio come i materiali si contrappongono alle superfici.

Con la collezione primavera estate 2015 Stefano Pilati continua a esplorare e abbinare contraddizioni apparenti. La nuova Ermenegildo Zegna Couture ricerca e sviluppa una silhouette e un atteggiamento che evolve dalle due collezioni precedenti. Le silhouette sono definite con maggior evidenza nei volumi – lo spazio – e nel loro grafismo – l’architettura. Le righe sono presenti in tutta la collezione come veicolo per rimarcare un esercizio di stile in cui formalità e tempo libero respirano la stessa languida allure estiva”.

Roba che persino il correttore di Word n’c’ha capito’n’cazzo e ha riempito le note con le solite, odiose righine verdi. Cito Daniela Ferri, de Il Giornale, che a sua volta cita Nanni Moretti in Ecce Bombo: “Mi si nota di più se faccio delle cose speciali e le racconto in modo normale o se non faccio niente di strano e lo presento in modo straordinario? Stefano Pilati si deve essere posto la stessa domanda […]”.

Tradotte le note di sfilata, capiamo che lo stilista ha lavorato su due fronti, come al solito solo apparentemente in contraddizione: volumi vs. tessuti e formale vs. casual, ancora. In questa terza puntata di Zegna Couture non c’è più quella che Simone Marchetti definisce –in maniera calzantissima- “ansia da prestazione”, e si sente forte la mano più modaiola di Pilati. Le giacche formali vengono rielaborate, allungate e strizzate sotto le costole: sempre Ferri parla di “giacche della crescita” (“è per la crescenza” diceva spesso mia madre), quelle che si comprano ai dodicenni per farceli entrare altri due-tre anni.  Gildo Zegna spiega questa nuova varietà di forme come un abbraccio ai tipi di corpo maschile più differenti, per clienti da tutto il mondo. A riguardare le collezioni YSL a firma di Pilati, però (come la FW 2011), sorge il dubbio che questa sia solo una ricorrente perversione del designer (a me non fanno impazzire, s’è capito?).

La ricerca di volumi permea tutta la collezione, perché “If you want allure, if you want to be languid, then in summer you have to have volume”. Così le giacche di nylon trapuntato a micromotivi hanno il retro aeroso e pieno come un cappotto di Balenciaga, i cappotti, in cashmere double ultralight (perdonatemi, ma qua ci starebbe bene un “adoro!”) sono ampli, il tessuto fluttua liberamente (non molto lusinghieri neanche con i modelli, ma aspettiamo a vederli decontestualizzati per giudicare). Nella maglieria, questa ricerca si declina in un cardigan oversized a strisce bianche e blu e in una maglia bretone in cashmere sottilissimo, dove le righe blu sono balze applicate, che creano un l’effetto movimentato in pieno stile Pilati.

Se il volume doveva idealmente rappresentare lo spazio, l’architettura sono le linee. Il motivo è presente nei capi più casual, nei cappotti e nei bomber di cashmere double, ma anche nei completi in mouliné di seta-lino e lana nei toni del grigio e marrone, e, ancor più sottilmente, in piccoli dettagli, come le cuciture verticali sulle tasche delle giacche nelle ultime uscite.

(Da zegna.com, foto di Sonny Vandervelde)

Un senso di nonchalance, anche questo tipico dello stilista, pervade tutta la collezione: non solo ci sono i cappotti morbidi, o uno lungo a vestaglia, ma anche i pantaloni dall’orlo non finito, con un risvolto che definire importante è poco. O ancora, le tshirt con due bretelle da canotta applicate in fondo, prova di comela linea si sia trasformata velocemente, strizzando sempre più l’occhio al mondo della moda. L’idea della canottiera viene ripresa in delle maglie iperleggere: un vello in cashmere e seta a maniche lunghe viene “foderato” con, appunto, una canotta in cotone sea island, solo intuibile dall’esterno.
L’immancabile contaminazione con lo sportswear si traduce in giacche di tessuto tecnico stampato col motivo grigio-marrone dei completi, ma qua risulta abbastanza infelice, mentre le continue bretelle pendenti e la lavorazione tubolare del mega-cardigan suggeriscono che Pilati abbia attinto al guardaroba da lavoro, translandone i codici nella linea couture in maniera elegantemente sottile.

Tra i tessuti, oltre al cashmere double ultralight, al nylon e al misto seta-lino-lana di cui sopra, troviamo il crepe di lana e seta (ad esempio nei pantaloni della foto qua sopra), il gabardine tecnico (sempre nella stessa foto, usato per le giacche) e ancora taffetà e seersucker di seta. Bellissimi come al solito i mocassini (e i calzini, cazzo quanto mi piacciono quei calzini!), mentre le sneakers slip-on in pelle a grana non mi fanno impazzire. Da notare gli sfiziosi occhiali con le lenti da sole che si possono alzare quando non servono.  Il calzino sotto i sandali, pure se è in sea island come in questo caso, è sempre brutto nella vita reale. Ma ormai su passerella non fa né caldo né freddo (la prossima volta evitiamo comunque, ok Ste’?).

Nella parte finale dello show si fa sentire prepotente il passato di Pilati da YSL (o la FW ’14-15 di Prada, vedete voi): per gli ultimi 5 look escono modelli con spezzati giacca-pantaloni densi di colore, in una palette che parla di oppio e notti marocchine: viola, blu che vira al prugna, cipria, fucsia, marrone, verde oliva, foglia di tè, rame, fango, crema e smeraldo. Le giacche sono appoggiate sulle spalle, portate con un foulardino e l’immancabile polo-camicia in crepe di cotone, con piping a contrasto.

(Questa e la precedente da malemodelscene.net)

Trovo  questi completi terribilmente affascinanti, ma dalla regia mi dicono che sono molto anni ’80, che non è un bene.

Naturalmente non poteva mancare un video, altra perversione dello stilista sin dai tempi di YSL, che stavolta non accompagna la sfilata ma viene rilasciato qualche giorno dopo. Firmato, manco a dirlo, Söderberg. A differenza di molti altri filmini di moda, qua l’unica pretesa è quella di mostrare gli abiti: le riprese riescono a cogliere i dettagli come fossero fotografie ma senza perdere la tridimensionalità e il movimento della cinepresa. Vedetelo, merita davvero.
La musica  è “The Creator Has A Master Plan” di Pharoah Sanders (1969!), remixata da James Murphy. Scaricata subbito dopo la sfilata: se continuo così, posso tranquillamente dire che ho delegato tutti i miei gusti musicali a Pilati e un altro sparuto gruppetto di stilisti. 

A questo punto abbiamo finito. Mi sembra incredibile, visto che ho cominciato a scrivere questo pezzo i primi di dicembre, e ogni volta che mi sembrava di avvicinarmi alla conclusione spuntava qualcosa di nuovo da raccontare (non ho proprio il dono della sintesi, l’avrete capito). Perdonatemi gli aborti grammaticali che sicuramente puntellano il testo, ma ormai lo conosco a memoria e non ho la forza né la voglia di rileggerlo.

NdB: Alcune citazioni di Pilati sono in inglese (quelle corsive). Non è che lo faccia perché fa fico, ci tengo a dirlo, semplicemente vengono da un po’ di pezzi in quella lingua e ho preferito lasciarle così com’erano.

 

PS: A mo’ di tesina, qua sotto trovate qualche link interessante su cui leggere di Pilati e Zegna. Sono i siti che ho usato io, quindi non ci sarà niente che non abbiate già letto, ma ho pensato fosse simpatico fornirvi una breve bibliografia da consultare direttamente (della serie “Ao, anvedi ‘nto so’ bbravo, me so’ fatto popo er culo“).

Su Pilati: “Stefano Pilati“, Wikipedia (in inglese, perché in italiano non esiste -.-“); “Designer Stefano Pilati discusses the future of menswear“, Wall Street Journal; “Il grande ritorno di Stefano Pilati: la sua storia professionale e… le nostre aspettative“, Max -La Gazzetta dello Sport; “The tastemaker“, una lunga, vecchia intervista del New York Times; “Fashion is fun: An interview with Stefano Pilati by Merlin Carpenter” (come da titolo), un’altra di Costantino della Gherardesca su Vice e, dulcis in fundo, le 9 regole di stile di Stefano.

Se la vostra perversione per Zegna non si ferma a Pilati, ecco a voi un’intervista col grande capo Gildo, di Business of Fashion. E ora possiamo andare con gli show:

La prima collezione: “Stefano Pilati debutta da Zegna con una sfilata che porta l’arte in passerella“, GQ Italia; “Milan menswear show: runway report 1“, Financial Times; “Stefano Pilati’s “Feeling” for Zegna“, The New York Times; “Pilati, Zegna, e quel filmino anni ’60“, Corriere della Sera; “Stefano Pilati’s inaugural collection for Zegna invites me to roll up sleeves“, ngnews.ca; “Da Zegna couture in passerella“, Sole 24 Ore; “Stefano Pilati makes Zegna debut“, Business of Fashion; “How Stefano Pilati plans to modernise Zegna“, Business of Fashion; “L’abito grigio cambia. Anche il vostro?“, Corriere della Sera; “Ermenegildo Zegna faces forward with designer Stefano Pilati“, Los Angeles Times; “A new gig for Stefano Pilati; a new eye at Ermenegildo Zegna“, The Independent; “Pilati’s first collection for Zegna“, The Gentleman; “Elisa, Marilyn, Pilati e la coscienza di sé (e del proprio valore)” Giulia Crivelli sul Sole 24 Ore; “Los Angeles/Nuovo negozio e nuova linea per l’uomo di Zegna. Il potere maschile è a colori“, America Oggi; Qua, invece, l’album facebook di Zegna dove trovate foto e descrizioni accurate (la manna di ogni serio fescionbloggherdi ogni singola uscita della prima sfilata.

La seconda collezione: “Ermenegildo Zegna: la relatività dell’universo maschile“, Agenzia Ansa; “Ermenegildo Zegna Couture: Pilati lega moda e scienza“, Oggi; “Zegna: dallo spazio all’abito“, D, La Repubblica; “Milano moda uomo reportage: Ermenegildo Zegna fall/winter 14-15 fashion show“, georgefashiondreamworld.blogspot.it; “Technofabric intermix“, Hero Magazine; “Stellare Zegna, natura e tecnologia per un nuovo stile“, Il Giornale.

Terza collezione: “Zegna turns jackets into a world view“, New York Times; “Zegna couture by Stefano Pilati: summer style, inside out“, The Telegraph; “Italy gets real“, New York Times; “Il classico si rinnova, ora la giacca è maxi“, Il Giornale; “Ermenegildo Zegna Primavera-Estate 2015“, I-D; “Zegna: la lezione di Pilati“, D, La Repubblica, “Get up-close at Ermenegildo Zegna Couture’s latest show in the label’s new fashion film“, GQ.

E naturalmente ci sono tutte le recensioni di style.com e nowfashion.

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3 thoughts on “Andra moi ennepe, mousa…

    • Che tu ci creda o no è da ieri che mi sto scervellando su un pezzo che mi piaceva molto. Avevo avuto un’idea su cui svilupparlo, poi non l’ho scritta da nessuna parte e ora non ricordo nulla, non sai che noia!

  1. Pingback: Un complicato rapporto con J.W. Anderson | Buone cose di pessimo gusto

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