Consigli per gli acquisti e panico pre-saldi

GUADAGNARE SOLDI DA CASA. GUADAGNARE SENZA LAVORARE. COME NON PAGARE LE TASSE  SENZA ESSERE BECCATI. SESSO GRATIS SENZA PAGARE NO CARTE DI CREDITO NO CAZZATE. ZINGARI RUBANO BAMBINI. MARIO MONTI MASSONE. MATTEO RENZI SEXY. VIDEO SHOCK INCREDIBILE.

(Scusate l’intro brusca, cercavo visibilità spiccia sui motori di ricerca).

Prima di tornare ad annegare nella melma della sessione estiva (chi può essere così pervertito da aver inventato una cosa simile?), volevo lasciare un’ultima traccia della mia esistenza. Nella fattispecie, oggi vi vengo a parlare di qualche collezione di quest’estate. Sì, di quest’estate. E sticazzi se i negozi cominciano a esporre maglioni e pesantissimi peacoat. Io conosco i vostri più reconditi pensieri e so che vi state scervellando per capire cosa comprare il 4 luglio, il famigerato primo giorno dei saldi. Questo post vi aiuterà a capirlo (mod. strizzacervelli on).

In questi giorni sono stato in giro per boutiques a per sbavare visionare le proposte per l’estate di un po’ di marche (detto così fa un casino fescionblogghe figo-con-le-conoscenze-nei-posti-giusti). Vederle dal vivo, infatti, è tutt’un’altra cosa rispetto a alle foto di sfilata: osservo la complessità e la ricchezza dei tessuti, i riflessi dei bottoni in madreperla ed eventuali segni di fatto a mano che negli show si perdono (vabbè, dai, sto a rosica’ perché non m’invitano).
Eccovi quindi le mie personalissime recensioni delle collezioni per la PE 2014.
In ritardo di un anno, ma ‘sticazzi. (Naturalmente ero a Milano, come ogni fescionblogghe degno di questo nome).

La mia prima meta è il negozio di Berluti, a Via Sant’Andrea. Berluti è un ottimo esempio di come creare un brand di lusso quasi dal nulla. “Quasi” perché gli unici ingredienti che servono sono 119 anni di storia e, come si dice a Piazza Affari, ‘na fracca de sordi.  La maison nasce nel 1895 a Parigi, fondata da un calzolaio marchigiano (gente che di scarpe se ne intende). Passa dal fondatore al figlio, al nipote e poi alla di lui cugina, uno col nome più strano dell’altro (la più normale è Olga, il più strambo Talbinio). Questa Olga, evidentemente segnata dal trauma del suo brutto nome di battesimo, vende nel 1993 al gruppo LVMH. Berluti è già famosa per le lavorazioni dei pellami per le sue calzature: le patine sature e le pelli “Venezia” o “scripto”, ma la svolta arriva tre anni fa. Il settore del lusso maschile tira sempre di più, così il furbo Bernard Arnault trasforma il calzaturificio in un brand a 360 gradi. Lo fa per bene -voci parlano di 200 milioni di investimento-, raccattando Alessandro Sartori da Zzegna e comprando la storica sartoria parigina Arnys (su cui, prima o poi, tornerò con un po’ di calma). Seguono svariate aperture di boutiques, tra cui il nuovo negozio milanese, e così arriviamo al momento in cui varco per la seconda volta le porte di Via Sant’Andrea 16. La prima avevo solo dato un’occhiata, per poi scappare velocemente dallo sguardo dei venditori, austeri custodi del sartoriale e dei portafogli russi.

Stavolta sono accompagnato nel mio tour da un gentile commesso anglo-napolitano. Il negozio è abbastanza pacchiano, con tanti marmi scuri che strizzano l’occhio ai ricchi esteuropei (anche su questo torneremo in un altro post). Al piano inferiore sono esposte le scarpe. Da sbavo quelle su cui si può far tatuare un disegno a scelta, ma anche i loafers Lorenzo: colorati estivi, morbidi come guanti. La vera gioia, però, è salendo le scale, dove sono esposti gli abiti.
Di ogni cosa che tocchi, il commesso, velocissimo mi dice il materiale: “lino, cashmere e seta, cotone e seta, cotone e cashmere”. Provo a batterlo sul tempo, invano. Mi avvicino a una field jacket dall’insolito color bordeaux. Come prevedibile, non faccio in tempo a toccarla che lui è lì a descrivermi la quantità di punti cuciti a mano (da vergini francesi nelle foreste delle Ardenne le notti di luna piena) e (inserire fuochi d’artificio) a spiegarmi, ormai rapito dal demone di Alessandro Sartori, che il materiale è una seta cerata. Io fingo stupore per soddisfarlo: in verità l’avevo già vista in vetrina, ma è molto particolare, e la palpeggio  come non si palpeggia neanche dalle parti di Arcore. Mi mostra le lampo della giacca: il tiretto è in metallo brunito con l’estremità in cuoio, che ricorda la suola di una scarpa.

Ancora rapito, il mio amico comincia a elencare dove vengono realizzati i loro oggetti: a Ferrara le scarpe (“Ma non quelle su misura. Quelle sono fatte a Parigi, interamente a mano”, spiega), a Biella la maglieria, le camicie a Milano (secondo me da Truzzi), gli abiti in Toscana e l’outerwear tecnico a Catania. La cura dei dettagli è effettivamente impressionante: travetti ricamati a mano su giacche e pantaloni, bottoni in madreperla intagliati con una sottile “B”, e tanti altri. Molto belli i blazer destrutturati, con le tasche laterali tagliate in diagonale, due fibbie ai fianchi che definiscono la silhouette e il taschino al petto incorniciato in un carré di punti di cucitura (nella prima foto, da blog.bureaubetak.com, quella ocra in alto a sin.). Belli anche i tessuti e le stampe irregolari, che danno un’idea di freschezza.

Se Plutarco fosse ancora vivo, e stesse ancora scrivendo le sue vite parallele, ad Alessandro Sartori accosterebbe Stefano Pilati. Uno da Parigi è passato a Zegna, l’altro, iniziando da Zzegna, è arrivato a Parigi. Entrambi, però, disegnano collezioni bellissime… e molto care. Nella boutique Zegna immagino ormai mi conoscano, visto che ci sarò entrato 5/6 volte, ma i comessi sono molto carini (una una volta mi ha salutato con un “ciao, tesoro”), e io ne approfitto spudoratamente. La collezione couture è nascosta al terzo piano, accanto a dove sono gli abiti. Qua il sarto parla con un facoltoso cliente est-europeo, in un improbabile inglese “I won’t come to your country for the third time, sir”! Il  tono fintamente scherzoso, della serie te-lo-dico-così-perchè-sei-ricco-e-sennò-mi-licenziano-ma-per-me-puoi-benissimo-andare-a-cagare. Spettacolo sublime.

Sulla collezione non mi voglio dilungare troppo, ma, solo a elencare tutti i materiali che Pilati ha tirato fuori dal cilindro, ci vorrebbe una pagina: mohair, cotone sea island, cashmere misto a nylon, maglia di tessuto tecnico, seta habotai e doppione, per non parlare delle lavorazioni. La palette di colori è particolarissima, estesa e polverosa. Potendo, ci spenderei un paio d’anni di stipendio, ma, da povero universitario, mi accontenterei di questa maglia con le maniche lunghissime in cotone (dio, fa che vada in saldo al 40%):

jackandjil.com

Naturalmente si tratta di rinunciare a un maglione in cashmere e seta verde ipersottile con polsini da camicia, alle giacche senza bottoni sulla manica, ai bomber in nylon, al maglione porpora in jacquard di tessuto tecnico (foto sotto) e agli splendidi pantaloni in seta bianchi, da tombeur de femmes.  Per non parlare delle loafers in capibara -il parente simpatico del peccary- morbide come un guanto e iperflessibili. Fatemi un attimo elaborare il lutto, va.

Più o meno davanti a Zegna c’è il negozio di Valentino. Al piano terra è comparsa, in occasione della fashion week appena finita, la collezione invernale. Al piano di sopra, però, si trova ancora l’estivo. Per arrivarci bisogna passare le forche caudine delle commesse, che sembra non abbiano mai visto un cliente pene-dotato.

“Mi scusi -chiede il visitatore di sesso maschile- l’uomo dov’è”?
Loro ti guardano un attimo sconvolte, prima di riuscire a risponderti con quelle poche sillabe: “Al piano di sopra”.

Tu sali le scale e ti ritrovi immerso in un’orgia di vestitini di pizzo, scarpine borchiate, cappotti ricamati con farfalle ovumque (Hirst apprezzerebbe). Sei un po’ confuso ma in tuo soccorso arriva la commessa, ripresasi dallo shock iniziale, che ti guida nelle salette sulla sinistra che ospitano la collezione uomo. Da quel momento, ti sorveglierà come un cane bavoso, di quelli che sembrano sempre in affanno.
Qui sopra c’è roba per tutti i gusti: se cercate di nascondere i lardominali ci sono le magliette boxy in cotone mercerizzato, ricco e setoso. Se, invece, avete il malsopito desiderio di tappezzarvi come la sedia francese che zia Rosalinda teneva in salone, c’è il k-way in tessuto tecnico con stampa toile de Jouy. Un capo basico per il guardaroba di ogni uomo. Altro pezzo immancabile: le hawaianas in coccodrillo, fatte in Brasile e vendute a 400 euro, un vero affarone, e la bestemmia è assicurata nel momento in cui si romperanno.
Più normali banali, invece, i jeans tinti in diverse tonalità di colore, quelli tessuti a motivo camouflage, le giacche di agnello verde oliva o bordeaux foderate in neoprene o le felpe in cotone con una tasca di pelle termosaldata all’altezza del cuore. In generale si oscilla tra il militaresco e il lezioso, ma l’insieme è un tantino troppo pesante, troppo perfetto.
Particolarissime, invece, le espadrillas di pelle martellata e spessa, o i pantaloni in cotone e seta lavorati a telaio, che creano un motivo tra il camouflage  (noioso feticcio della maison) e dei fiori impressionisti. Non riesco a fotografarlo bene (la commessa incombe!), ma lo vedete qua sotto:

Valentino.com

Chiudiamo in bellezza tornando in Via Sant’Andrea, dove, oltre a Berluti, si trova il grande negozio di Bottega Veneta. Non sono un fan dei disegni al maschile di Tomas Maier: non mi piace la sua palette di colori, nè  lo styling confusionario, ma questa collezione è lodevole. Lo stilista prende le giacche e le trasforma: le chiude sul fondo, a metà tra un sack suit americano e un bomber sportivo, cambia i bottoni del petto (con inediti double breasted 6*2 o single breasted da 4) e revers. Si muove su un terreno scivoloso come quello dei classici della moda maschile, ma gli riesce bene, grazie a un gioco di dettagli curati, come dei tratti dipinti a mano che creano simpatici trompe l’oeil. L’atmosfera diventa più estiva grazie alle slippers in rafia intrecciata, o alle camicie dal collo a V anni ’50. Peccato che:

1) Non metterò mai una camicia a maniche corte, e scusami Tom,
2) Il fresco di lana usato per quelle giacche gli preclude ogni utilizzo sopra un pantalone non dello stesso tessuto,
3) In negozio non c’era più o meno niente di questo (l’ultima volta ci sono stato ad aprile), e così non ho potuto vedere gnende dal vivo. Così non si fa, eh.

Da moda.corriere.it

Infine qualche menzione d’onore. Ho visto la collezione di Gucci, sempre molto bella, molte sete color oliva e il solito vibe playboy-sciupapassera-della-costiera-amalfitana, quella di Carven, con un simpatico spolverino in rafia (o meglio, materiale sintetico simil-rafia) e l’esordio (dovrei dire “il secondo esordio”, vista una piccola esperienza qualche anno fa) di Haider Ackermann al maschile. I tessuti ricchissimi e languidi, tra bomber di seta cangiante (attenzione, l’effetto tenda è dietro l’angolo!) e una camicia in jacquard di cotone con revers neri (bella, ok, ma 600 euro pe’ ‘sta cosa Made in Poland? Haideri’, carmete).

Finiamo (davvero) con Brioni: un giorno, dalla vetrina, intravedo un bomber. Non capisco il materiale, ma è particolarissima: il motivo sembra un principe di galles, dai colori freddi, quasi metallici, e con una tridimensionalità unica. La riscopro qualche tempo dopo sul sito: sono 8850 euro, suede intrecciato a mano. Se qualcuno volesse regalarmelo, contattatemi in privato. Anche se avete bisogno di un rene nuovo, parto da 9000 trattabili (coll’altro rene mi compro un bomberino di Zegna di cashmere visto giusto qualche giorno fa. Mi dicono che poi morirei, ma almeno mirorò felice).

Ps.: Da 8500 euro circa ci sarebbe anche un bomber di Hermès in suede con un cavallo intarsiato: una raffinatezza, ma forse preferisco quello di Brioni.
Pps.: La prossima volta aspettatevi un post epico.
Ppps.: Temo che la consecutio temporum sia andata in vacanza prima che riuscissi a finire questo post, scusatemi.
Pppps.: Dovevo dire un’altra cosa, ma l’ho scordata. Vabbè.

(Ah ecco: volevo dirvi che scusate, ma proprio non ricordo da dove abbia preso alcune foto e quindi mancano i credits. Ecco, sì).

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One thought on “Consigli per gli acquisti e panico pre-saldi

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