Due domande

Mentre voi stavate là fuori a spararvi selfies per celebrare l’arrivo della primavera, denudandovi un po’ più del necessario, io ero rintanato in casa come un ratto nella fogna a studiare per gli esami. Una volta finiti gli esami, sono stato impegnato a elaborare un piano di salvezza per la Pasqua coi parenti (Natale con i tuoi… un cazzo). Ecco perché non ho postato. In quel po’ di tempo libero che riuscivo a ritagliare per me, però, sono riuscito a girarmi qualche negozio, e ho pensato. Uno sforzo sovraumano (da lunedì smetto, promesso).
Sbavando un po’ sulle vetrine mi sono trovato di fronte a degli oggetti costosissimi (meglio, “sovrapprezzati”) –come delle ciabattine in pelle Zegna Couture a 750 euro- e altri decisamente belli, ma molto particolari.
E così ho cominciato a farmi due domande. La prima è sui prezzi del lusso. Qual è la loro composizione? Quanto incidono i costi delle materie prime, quali sono i margini che hanno le aziende?

Zegna Couture by Stefano Pilati: c’entra poco o nulla, ma quanto me piace! (foto da Tumblr).

Le risposte si trovano con una breve ricerca su google. Si scopre, ad esempio, che il markup dei retailer è circa 2.3, cioè la polo a 200 euro del vostro multimarca locale è stata comprata alla griffe per 68 euro(200-44. di IVA poi diviso per il suddetto 2.3). Un altro sito ci dice che i margini delle griffe sono del 65% (sul prezzo finale o al rivenditore? BHO!), cioè la nostra polo ha avuto un costo di manifattura e materiali di 70 euro (prezzo finale)/24 euro (prezzo all’ingrosso, più probabile). Questi margini, comunque, variano da prodotto a prodotto: più bassi per l’abbigliamento, salgono per accessori, pelletteria e cosmetica a seconda della sensibilità ai prezzi dei consumatori.
Continuando a cercare, si scoprirà che i prezzi dei beni di lusso hanno avuto incrementi vertiginosi nel tempo: una Kelly di Hermés, 4800 dollari USA nel 2000, ora veleggia sui 7600: circa il 60% di aumento, degno dell’inflazione zimbabwese, non del misero 27% americano nel decennio. Per citarvi un altro numero, con poco meno di 3000 dollari da Chanel nel 2011 si comprava quello che nel 2004 costava 1000. In sostanza, domani correte da Chanel, spendete 10.000 euro e comprate 2.55. A bizzeffe. Non toccatele, e rivendetele tra 5/6 anni al doppio del prezzo su Ebay. Avrete fatto una caterva di soldi*, quasi quanto ne avreste fatti investendo in oro.
Warren Buffet me fai ‘na pippa.

Ma a cosa sono dovuti questi aumenti? Altre googlate. Scoprirete salite e discese dei prezzi del cashmere come le montagne russe, aumenti del prezzo della pelle e della manodopera. Ma anche, cito, “designer brands repeatedly going on sale may eventually be forced to artificially inflate prices to counter the margin pressure”: una vera e propria saldofobia. E poi c’è la volontà delle griffes di essere percepite come esclusive. E soprattutto, il motivo più ovvio: i prezzi salgono perché c’è qualcuno disposto a pagare.

Così ho cominciato a interrogarmi sui clienti dei grandi brand. ClientI con la “i”, i maschietti. Le clienti donne, infatti, tendono a svolazzare indistintamente, senza troppi problemi, dai brand di moda a quelli del lusso più classici. Nell’universo maschile la differenza è più forte: difficilmente chi compra Lanvin compra anche Loro Piana, e (soprattutto) il contrario.
Conosciamo i clienti del lusso: adulti, ricchi, spesso non europei, ma quali sono i compratori della moda. Sono solo fescionblogghe asiatici o c’è anche un altro pubblico, più silenzioso?
Difficile a dirlo. A trascinare le vendite d’abbigliamento maschile, che sta facendo il botto (Zegna ha sfruttato l’occasione arruolando Pilati, LVMH Sartori, che proprio da Zegna lavorava), pare sia molto un pubblico nuovo: quello degli yummies. Sono giovani maschi attentissimi all’estetica, sempre attenti alle mode, che si sposano tardi e quindi hanno una bella disponibilità economica. Un tempo si chiamavano metrosessuali. O Italiani, se preferite.
Ma qual è l’influenza degli acquisti più “stravaganti” sul fatturato di un brand? Prendiamo Valentino, ad esempio. Valentino vende normali maglioni, abiti e camicie, e poi i capi da sfilata: quanto influiscono questi ultimi sul fatturato? E cosa succederebbe se, improvvisamente, ci fosse un brusco calo degli acquisti di questi ultimi?
O se si fermasse la crescita dei BRICS, come in parte sta succedendo? A voi trarre le conclusioni.

 

*= Se il trend rimane stabile…

P.S.: Se volete informarvi un po’ di più, vi linko i tre pezzi da cui mi sono informato sui costi del lusso. Per quanto riguarda gli Yummies, il web è ricco di articoli, basta una googlata.

Feather factor: Chanel 2.55 vs. Warren Buffet: an update;
Business of Fashion: Fashion inflation: why are prices rising so fast?;
Hapsical: How fashion works 1: pricing.

P.p.s.: Scusatemi eventuali errori di battitura o frasi senza senso, sono stanchissimo, ma ci tenevo a pubblicare presto.

 

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5 thoughts on “Due domande

  1. Un articolo interessantissimo, è molto di quello che vorrei sapere anch’io, anzi vorrei sapere come funzionano esattamente le strategie delle aziende e perchè i prezzi devono essere mantenuti altissimi. Devo dire che nonostante le googolate non sono del tutto convinta ancora!!

    • Ciao Cecilia,
      grazie del commento. L’argomento mi incuriosisce tantissimo, purtroppo è difficile (o meglio, è “time consuming”) ottenere i bilanci delle aziende non quotate, e anche là non si trova scritto quello che vogliamo sapere (tipo “ma quanti saranno a comprare quei pantaloni broccati floreali da 850 euro di Valentino”?), però sono contento di aver stimolato il tuo interesse 😉

  2. Che pezzo! Adoro il tuo modo di scrivere, hai un’ironia che mi ricorda un po’ Alessandro Piperno.
    Comunque che i prezzi della moda e del lusso siano spropositati e che ci siano ricarichi pazzeschi ad arte – per rendere il tutto più esclusivo – è certo; di sicuro però non avrei mai saputo barcamenarmi tra tutte queste cifre e questi riferimenti economici.
    Ahimè, come la maggior parte di noi comuni mortali sfigati, gli articoli di economia in genere mi provocano eruzioni cutanee da sforzo cerebrale. Certo avessi saputo che i 1000 euro da Chanel nel giro di 7 anni si sarebbero trasformati in 3000 avrei chiesto l’elemosina per procurarmeli.
    L’investimento sulle 2.55 mi sembra molto oculato, renderebbe sicuro più dell’oro, il problema sarebbe stare dieci anni senza riuscire a toccarle.
    Proverò a leggere i prezzi linkati.
    Baci

    Alessia
    ElectroMode

    • Grazie Alessia, sei sempre gentilissima!
      Piperno non lo conosco bene, rimedierò appena avrò potuto smaltire i libri sul comodino.
      Ah, e non ti preoccupare per l’economia. Ricordo ancora i giorni che ci ho messo per capire l’inflazione e poi tutti i discorsi di Freud. E’ normale! 😀

  3. Pingback: Feminism is in fashion this year | Buone cose di pessimo gusto

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