Giovani talenti cercansi

A leggere come sarà scelto il vincitore del primo LVMH Young Fashion Designer Prize blabla viene il mal di testa, e subito la mente vola al metodo d’elezione del Doge ai tempi della Serenissima. Di un migliaio di candidature, un misterioso “prize committee” ha selezionato 30 stilisti, la cosiddetta “shortlist”. Un comitato internazionale di 40 esperti ha pescato 12 (inizialmente dovevano essere 10) dei 30, tra i quali verrà scelto il vincitore, da una giuria composta da 8 importanti direttori creativi e 3 pezzi grossi di casa LMVH. Cervellotico, per usare un eufemismo.
Dei suddetti 30, due italiani: Stella Jean e Gabriele Colangelo. Quest’ultimo è “sopravvissuto”, entrando nei 12 finalisti. Io sono contento, perché tifo per lui. Gabriele sfila ormai dal 2008, ma è rimasto molto di nicchia, che poi è il modo carino per dire che non lo fila nessuno. Peccato, perché è davvero bravo. Ha una capacità di manipolare la materia unica [parliamo di patchwork agugliati, spalmature, nylon lavorati a pizzo(!!), bagni nel poliuretano (sic), accoppiature e quant’altro] e in ogni sua collezione inserisce riferimenti culturali interessantissimi, da Kazimir Malevic ad Alberto Burri. A voler trovare il pelo nell’uovo, quello che gli manca sono delle forme e dei volumi che possano essere universalmente riconosciuti come suoi: una firma stilistica al di là dell’attenzione ai tessuti.

Ma non è di Colangelo che volevo parlarvi, e quindi perdonatemi questo piccolo panegirico. Torniamo un attimo ai 30 e spulciamo un po’ le informazioni che ci vengono date su di loro: sono stilisti che vengono da tutto il globo, ma in particolare Est Europa e Africa, che stanno vivendo i loro momenti di gloria nel settore moda. Molti decidono di lavorare dalla loro città natale. Come Hellen Van Rees, che è basata -bruttissimo calco dall’inglese- a Hengelo, piccola cittadina dei Paesi Bassi. E questo era inaspettato, almeno per me. Quelli che, invece, si stabiliscono nelle grandi città, lo fanno in particolare a New York, Londra, o, tuttalpiù, a Parigi. Nessuno a Milano. E qui tocchiamo l’argomento che mi sta a cuore. Perché Milano sembra davvero poco intrigante per gli stranieri. Delle poche mosche bianche che hanno tentato la fortuna nella nostra capitale della moda, qualcuna se n’è andata via a Parigi (e a proposito vi consiglio questo bel pezzo di Business of Fashion su Umit Benan). Anzi, a dirla tutta, l’hanno fatto anche degli italiani -Ter et Bantine, ad esempio- e questo è ancora più avvilente.

Perchè il problema di Milano non è, come invece dice la bravissima Maria Katia Doria, la mancanza di nuove leve italiane (sorvolando sul fatto che da noi un 40enne sia considerato un “giovane talento”), ma l’incapacità di attrarre designer stranieri.
Milano non riesce a calamitare dall’estero per vari motivi. Sicuramente per i tanti ostacoli al fare business che esistono in Italia, e in particolare per lo scarso supporto che, almeno fino a qualche tempo fa, si dedicava ai “nuovi”.  Almeno per quest’ultimo punto, sembra che qualcosa stia cambiando: basta vedere l’attenzione piombata su nomi freschi come Andrea Incontri o Marco de Vincenzo (su cui LVMH ha preventivamente messo gli artigli, comprandone il 45%).

Non credo che, però, la questione finisca qua. A sentire Donatella Versace, che lo ripete spesso, Milano è una città noiosa, che non ha niente da offrire ai giovani. E se leggendo quest’ultima frase vi sarà salito da dentro un sonoro, ancestrale, estiqatsi!?!, sappiate invece che la questione ha la sua importanza nella scelta di dove stabilirsi.
Non diciamoci bugie: Milano non è internazionale e invitante come Londra o Parigi. Però è una città dalle tante potenzialità. Quello che le manca è il guizzo, la voglia di proporsi come capitale culturale e non come grigio polo finanziario, insomma, una visione di lungo periodo. Ha (avuto?) una sua grande possibilità, l’Expo, che però è uscita ridimensionata dalla crisi e da un’organizzazione naïf, diciamo così. E forse, prima di venir scoperta dai turisti, dovrebbe venire riscoperta dai milanesi stessi.
Chissà che io non mi sbagli. Chissà. Forse, tra qualche anno, ci troveremo in un Paese che ha ripreso a crescere, un paese più semplice, con Milano che ne sarà lo specchio. Stiamo a guardare.

Gabriele Colangelo SS 2013, ispirata da Kazimir Malevic (pinterest.com)

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3 thoughts on “Giovani talenti cercansi

  1. Sono d’accordo un po’ su tutto e il paragone col metodo di elezione del doge mi ha fatto troppo ridere.
    Sono d’accordo anche sul fatto che di giovani designer italiani interessanti ce ne siano.
    Per quanto riguarda la capacità di attrarre designer stranieri, propendo per la difficoltà di fare impresa in Italia. Per quanto riguarda la noia di Milano non so, nel senso che non ho mai vissuto a New York, Londra e Parigi. Immagino che queste città siano difficilmente imitabili per stimoli, vita brillante e divertimento, però non direi che Milano è noiosa. A me piaceva molto viverci e mi piaceva molto il contrasto tra il volto più serio e preciso e quello più bizzarro, divertente e oscuro.
    Certo non ho mai avuto una villa a Miami, quindi mi sa che Donatella ne sa molto più di me.

    Alessia
    ElectroMode

  2. Hai ragione, ho glissato sui primi due punti dandoli quasi per scontati. Anche a me Milano piace molto (sto meditando un post sulla milanesità, a tal proposito), ma temo non abbia l’appeal internazionale né ci sia il fermento artistico che si respira in altre città, come Berlino.
    Un’altra cosa che mi colpisce molto è che non si riesca a vedere la città da un punto di vista diverso. Perché non può diventare un bel polo turistico? I musei ci sono, è bella…

    Non che Roma sia differente, ha avuto anni di amministrazioni miopi, ma noi siamo più fortunati perché c’è un tripudio di bellezza sotto gli occhi di tutti, che a Milano è più nascosta (per citare mia zia, “Roma e Milano sono entrambe belle, ma Roma è una puttana”) e quindi va valorizzata.
    (Non ho il coraggio di rileggere quello che ho scritto, spero di essere stato comprensibile!)

    Comunque sia, inchiniamoci a Donatella.

  3. Pingback: Pensieri sulla fescionuicche | Buone cose di pessimo gusto

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