La grande bellezza

Io non sono un esperto di cinema. Anzi, un po’ mi vergogno, ma non ho neanche mai visto un film di Fellini. Per di più, non stimo particolarmente i tuttologi che devono dire la loro su tutto.
Con queste premesse, un post così non avrebbe dovuto proprio veder la luce. D’altro canto, non amo neanche l’idea, nel cinema come nella moda, di una critica iniziatica (tendente all’onanista, e perdonatemi questo sproloquio di paroloni), per cui, senza un master in materia, non ci si possa esprimere. Parlare de La Grande Bellezza è complicato, perché tutti ne hanno detto di tutto, e un’opinione equivale a una presa di posizione sociale: la cosa pù chic è parlarne male (specialmente dopo che ha vinto l’Oscar) e poi lanciarsi in paragoni con Fellini, per mostrare a tutti il fallimento di Sorrentino e (soprattutto) la vostra sconfinata cultura cinematografica.

Comunque sia, ci voglio provare, ed eccomi quindi, a dire sommessamente la mia. Perché a me, lo dico subito, il film è piaciuto. L’ho trovato uno stupendo Odi et amo nei confronti di Roma, la mia città, con cui anch’io ho un rapporto complicato, e mi ha dato tanti spunti di riflessione, come non succedeva da tempo.

The Great Beauty

La cosa davvero sorprendente de La grande bellezza è la sua universalità: un tema non specifico, ma vasto, che si presta a infinite interpretazioni: un po’, per lanciarmi in paragoni arditi, come in quei grandi classici della letteratura dove ciascuno può leggere un messaggio diverso. Così c’è la decadenza, l’immobilità della società romana (e italiana, di riflesso), ma anche la costante ricerca di questa fuggevole bellezza.

Poche frasi, taglienti, sapientemente ben piazzate, dipingono personaggi  e situazioni: c’è l’intellettuale che ci tiene a farlo sapere, lei la tv non ce l’ha. C’è quella politicamente impegnata, che si definisce con un deprimente “donna con le palle”. E poi ci sono le feste, i trenini,“i più belli del mondo… perchè non vanno da nessuna parte”. 
Poco importa se, come lamenta persino Umberto Pizzi, la società dipinta da Sorrentino non esiste: è un film, e basta.
( Che poi è davvero così lontana dalla realtà? L’avete visto il reportage di sevizia publica, ehm, pardon, Servizio Pubblico, sulle feste napoletane giovedì scorso?).
E basta anche col dire che dà una brutta idea dell’Italia nel mondo (chissà quanti che l’hanno affermato ripeterebbero lo stesso parlando, chessò, di Saviano…): l’immagine del nostro Paese all’estero dipende prima di tutto da come, in concreto, ci comportiamo, e solo secondariamente dal racconto di un film.

Racconto che, criticano molti, è inesistente. Effettivamente, la trama è -eufemismo- scarna. Ma da un film sul nulla cosa ci si deve aspettare? E’ vero, è complesso, lungo: io, mentre lo vedevo ero rapito dalla bellezza delle immagini, ma capisco che possa risultare noioso. E’ anche innegabile che Sorrentino abbia attinto a piene mani a Fellini: i nani, le sante, una Roma grottesca, forse non sempre necessaria (qualcuno mi spieghi la scena dei fenicotteri, per piacere), ma col paragone, per piacere, finiamola qua. Non importa che Jep Gambardella non prenda nettamente le distanze dalla società in cui vive: lui stesso è paradigma di una città vischiosa, che ti risucchia, da cui non sei capace di fuggire. Che non è tanto diverso da quello che succede (altro paragone ardito) ne Il deserto dei Tartari. 
La grande bellezza è la gioventù, che il personaggio di Sabrina Ferilli insegue continuamente, o, per Jep, è il senso della vita. Mentre guardavo il film mi sono trovato a domandarmi più volte “Chissà, se Ramona non fosse morta, forse sarebbe stato diverso”. Forse lo stesso Jep sarebbe riuscito a “scappare” da Roma, come è riuscito Romano (nome paradossale!) interpretato da un ottimo Verdone.

E’ un peccato che la critica, quella giornalistica, spesso si lanci in stroncamenti audaci, oscuri, miopi (o forse casomai sono io che non capisco nulla e il film fa davvero schifo, e in quel caso perdonatemi). Comunquesia (lo so, si scrive staccato, ma a me piace così e amen), sono anche andato e vedere l’ultima pellicola dei fratelli Cohen, A proposito di Davis.
Non l’ho visto con lo stesso “impegno cerebrale” che ho messo nel film di Sorrentino, mea culpa, ma non mi è piaciuto.
Ci ho trovato delle somiglianze con La grande bellezza e anche gli stessi difetti: alcuni cliché (la storia del gatto in A proposito di Davis l’avevo già letta qualche volta su Topolino) e racconti buttati lì a caso (come quello del compagno di Davis). Eppure nel film di Sorrentino sono riuscito a leggere un messaggio, anzi, tanti, qua no: solo la triste storia di un fallito.
Però, a sentire la suddetta critica, la pellicola è un capolavoro. Nel dubbio di non averlo compreso, vorrei tornarlo a vedere. Se qualcuno l’ha visto, intanto, mi dica la sua.

PS.: La foto che vedete in apertura l’ho fatta io col cellulare e ritoccata malamente con i filtri di twitter. Ma quanto sono bravo!? 😉

Pps.: Probabile che le maiuscole, nei titoli dei film, siano distribuite un po’ ad cazzum. Perdonatemi.

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3 thoughts on “La grande bellezza

  1. A me La Grande Bellezza è piaciuto e sono rimasta davvero sconcertata da tutte le cose orribili che ho letto sui social network a proposito dell’Oscar, del film, del regista, dell’attore.
    Ognuno ha i suoi gusti e ci può stare che un film piaccia o meno (specie un film così) ma le assurdità e le cattiverie mascherate con presunte competenze che ho letto su questo film non le avevo mai lette. Alcuni direbbero che è tipicamente italiano dare addosso a chi si distingue e ha successo. Tra quelli che si sentono più intelligenti di tutti parlando male di una cosa perché ha ricevuto dei riconoscimenti, a quelli che vogliono fare gli snob a tutti i costi, a quelli che sono indignati perché pensano che si parli di loro, fino a quelli che lo hanno guardato svogliatamente in televisione per sentenziare poi che è una copia di Fellini, che mostra un lato pessimo del nostro paese, che quelle cose non esistono, che Sorrentino è un regista di quart’ordine e Servillo un attore pessimo (mah!), ho capito che il web e i social network possono dare voce alle peggio cose.
    Trova l’argomento di cui parlano tutti in quel momento, gareggia a chi la spara più grossa e avrai i tuoi 15 secondi di “celebrità”. Al di là di tutto, io so solo che continuavo a rivederne le scene e che a distanza di giorni mi è rimasto dentro come un senso di malessere. C’è la decadenza di Roma e dell’Italia (certo), ma soprattutto c’è la decadenza dell’essere umano, di noi stessi. Lo spreco delle proprie capacità, dei propri sogni, della propria esistenza è un tema universale e Sorrentino lo ha trattato in una maniera visivamente abbacinante e nella sostanza comprensibile anche al di là di Roma.
    Tu hai espresso considerazioni molto interessanti e non buttate lì tanto per, come hanno fatto in molti. Sul film dei fratelli Cohen spero davvero che ti sbagli. Non so perché ma mi aspettavo molto da Davis 😦

    P.s. Scusami per questo commento spropositato ma sull’argomento non avevo proferito parola finora e il tuo post mi ha tirato tutto fuori 😉

    Alessia
    ElectroMode

  2. Alessia,
    leggere i tuoi commenti è sempre un piacere, non sono affatto spropositati. Ogni volta che mi arriva la mail di WordPress penso: meglio uno così che 4 di quelli che mi capitavano prima.
    Condivido tutto quello che dici sul film e sul dibattito successivo e ti ringrazio per i complimenti.
    Ti dirò che voglio andare a rivedere il film dei Cohen, e spero anch’io di sbagliarmi. La regia, almeno di quello sono sicuro, era lodevole.
    😉

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