Il beneficio del dubbio

BRUTTO.
Così comincerebbe, con schiettezza ruvida ma sincera, Adriana Delfino. Brutto perché, più leggo e sento la storia dei fratelli Lorenzi, più penso di aver dipinto i due con troppe pennellate rosa.

Sono tornato ieri da Milano. Dopo essermi sbrodolato coll’olio dei panzerotti Luini, a pranzo, mi sono diretto l’ultima volta dal coltellinaio. Speravo di portarmi qualcosa a casa senza dover vendere un rene al mercato nero. Speranza vana: nessuno sconto, e quello che non si vende finisce a casa dei Lorenzi.
Ne ho comunque approfittato per una breve chiacchierata con un commesso. Era triste, anzi, amareggiato: “C’è gente che si è messa a piangere per la chiusura del negozio. Che dovrei dire io che ci lavoro da trent’anni e vengo sbattuto fuori così”?
Cosa pensare, allora, dei proprietari? Avidi? Immaturi? Egoisti? Potrei, ma voglio lasciargli il beneficio del dubbio. Perché? Per capirlo fatemi fare un salto indietro, e raccontarvi una storia che comincia a luglio dell’anno scorso.

Ero nel mezzo della mia maturità. Un giorno -stavo preparando l’orale- durante una breve pausa aprii il sito del Corriere della Sera e mi ritrovai davanti, a caratteri cubitali, la notizia della vendita di Loro Piana. Per un piccolo condensato di nazionalismo modaiolo come sono io, quello era un tremendo shock (già quel pomeriggio avrei dovuto capire che il mio studio per l’ orale sarebbe andato a puttane, e scusate il francesismo).
Cominciai subito a scrivere un pezzo pieno di bile verso i Loro Piana. Iniziava così:

«Un giorno, tornando a casa, troverò un post it attaccato al frigo. Uno di quelli che si attaccano sotto i magnetini kitsch, quelli così kitsch che quando viene un amico a casa li nascondi nel guardaroba sotto strati e strati di mutandine e boxer di pizzo flouo.
Sul nostro post it -che da ora chiameremo “comunicato stampa”- campeggerà la dichiarazione che LVMH avrà comprato il 99,9% dell’utero di mia madre, in nome de, cito il comunicato stampa, “lo sviluppo di sinergie d’eccellenza in continuità con una governance ininterrotta da x (sostituire x con l’età di vostra madre) anni”».

Ho sempre avuto un’antipatia -anzi, idiosincrasia, che fa più colto- verso Arnault, colpevole di aver ridotto il mondo del lusso a una vacca da mungere*.  Mai mi sarei aspettato che i Loro Piana, che io vedevo come potessero vendere. Nè tantomeno a lui: per me erano due mondi diversi. Così, dopo la vendita, la mia stima dei fratelli LP era crollata a zero.  Avevo anche un po’ goduto quando, a Piazza Affari, Moncler veniva valutata con moltiplicatori più alti di quelli, già spropositati, che LVMH aveva riservato al lanificio di Quarona. Poi, il 20 dicembre (se non sbaglio proprio il giorno dopo la quotazione di Moncler) la notizia della morte di Sergio Loro Piana.
Sergio era un signore a detta di tutti quelli che lo conoscevano. Uno di quelli raffinati, sportivi. Oso dire anche d’altri tempi, senza paura di cadere nel cliché. Questo commento, che copio e incollo dal blog di Paola Bottelli, fa capire che tipo fosse, seppur con un solo tratteggio:

“… mi piace ripensare a lui quando, uno di fianco all’altro ci agganciavamo gli sci nel totale silenzio dell’Alpe e, con un semplice sorriso mi faceva capire d’essere nel giusto a svegliarmi all’alba ed essere tra i primi a tracciare la pista, prima dell’apertura degli impianti”.

BLITZ LVMH, ANCHE IL CACHEMIRE DI LORO PIANA PARLA FRANCESEDa lifeinitaly.com

E Sergio Loro Piana era anche il cuore dell’azienda, colui che aveva visto nascere e crescere il progetto di ready-to-wear del lanificio. Era malato da tempo, di cancro. Non possiamo dire se questo abbia avuto influenza sulla decisione di vendere. Subito verrebbe da pensare di sì, poi c’è chi dice di no, chissà. Io, però, mi sono sentito in colpa per tutto quello di cattivo che avevo scritto. La sola possibilità che la malattia l’avesse spinto a lasciare la società ad Arnault mi faceva pentire di tutte le cattiverie che avevo pensato dei fratelli.
Così ho pensato  che avrei dovuto scrivere qualcosa, rendere pubbliche le mie scuse come avevo fatto con le critiche: dovevo lasciare ai Loro Piana il beneficio del dubbio. E lo voglio lasciare anche ai Lorenzi, perché errare è umano, ma perseverare no.
Allora, forse  dopo quel “BRUTTO”, così gridato, dovrei proprio aggiungere un elegante punto interrogativo.

PS: Questo che vedete qua sotto è il coltellino giapponese di cui vi parlavo nell’ultimo post. Quello che vedete scritto sul cartellino è proprio il prezzo e, come vi sarete accorti, di sconti non c’è neanche l’ombra. Amen!

IMG_4305

*= Al proposito, prima o poi vi racconterò la storia di una sartoria parigina vittima delle sue mire espansionistiche.

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One thought on “Il beneficio del dubbio

  1. Anche io, come te, detesto il modo in cui l’industria della moda e del lusso si sta evolvendo! Probabilmente è inevitabile, ma anche a noi, con la nostra piccola voce, il compito di cercare e difende re la creatività vera!
    P.s. Leggimi, domani o dopodomani pubblico un post sull’argomento anch’io!

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