Piacevoli Incontri a Milano

Da quando ho iniziato l’università, mi capita spesso (molto spesso) di prendere il treno e scapparmene a Milano nel weekend, complice anche l’iniziale convinzione che bastasse cominciare a studiare due settimane prima degli esami per un bel 30 (considerando che la mia media attuale è 17.4, direi che non è proprio così).
By the way (scusate l’inglese, tutta colpa dell’hipster che è in me), a settembre sono capitato a Milano nel bel mezzo della settimana della moda (un’esperienza mistica, che non consiglierei ai deboli di cuore). Non solo ho potuto scoprire una Milano assolata, che per noi terroni è difficile persino da immaginare (“c’avete solo la nebbia”, cit. romano medio), ma ho anche partecipato a una delle cinque mini-conferenze organizzate da Vogue Italia con altrettanti designers. La mia vittima? Il giovane stilista Andrea Incontri (ora rileggete il titolo del post e ditemi se non sono un genio. Lo so, lo sono).

Disgraziatamente, gli unici appunti che abbia preso sono poche, criptiche parole buttate tra le note del cellulare (sindrome del culo dito pesante), e così ricostruire il tutto non è stato facilissimo.
Partiamo dall’abbigliamento: Andrea è vestito bene. Il che, per uno stilista, sembrerebbe la cosa più scontata del mondo, ma non è sempre così (non faccio nomi *coff Colangelo coff*).
AI

(foto di Alessandro Bianchi rubata da max.gazzetta.it. Avrei potuto usare quella che ho fatto io, ma questa è molto più sofisticata. Tralaltro*, qua non è vestito neanche troppo bene, ma vabbè)

Non solo vestito bene, ma anche in abiti disegnati da lui: slippers di questa collezione invernale e polo della primavera-estate 2014. Mi colpisce molto la risposta di Andrea alla classica (fantasiosissima, eh -.-) domanda: “quali sono gli stilisti che preferisci”? E lui, serafico, dice più o meno “Non saprei cosa rispondere, io rappresento il mio stile”. Che, in fondo, è un modo molto garbato per dire “me”. Lo trovo schietto, sincero, senza falsa modestia, ma neanche arrogante. Per dovere di cronaca, poi aggiunge di apprezzare tutti gli stilisti che siano coerenti col loro stile, e cita Miuccia Prada.

Ad Andrea la moda è sempre piaciuta, i suoi nonni erano sarti, ma all’università si è trovato a fare architettura per “ragioni sociali”. E’ una frase che lui fa cadere là, senza darle (o volerle dare) troppo peso,  ma che mostra come studiare la moda fosse considerato “sconveniente”. E ancora rimane un’opinione molto, troppo, comune (almeno nel mio esclusivo circolo di cattocomunisti). Però Andrea stesso sembra tutto tranne che scontento dei suoi studi, e spiega come siano stati loro a dargli un metodo di lavoro.

Dopo l’università, lo stilista ha lavorato come arredatore d’interni (“abbigliavo le case dei ricchi”), ha disegnato tessuti per la piccola ditta Pontoglio, poi le collaborazioni con varie case di moda e infine, dopo che alcuni suoi disegni femminili erano stati definiti da “uomA”, la decisione di mettersi in proprio. Chiara l’influenza della sua carriera sul suo stile, che lui riassume con “sottrazione formale e addizione materica”.

Andrea è una persona umile, e così sottolinea l’importanza dello stage: non importa se si è messi a fare le fotocopie, è un’occasione per guardarsi intorno, osservare, capire come funziona un’azienda. La parola d’ordine è assorbire tutto, come una spugna. E’ anche terribilmente caparbio, non si piega a logiche di mercato, convinto che la moda offra ancora spazio “a chiunque abbia una storia da raccontare. L’importante -continua- è rimanere sé stessi”. Capisco che quest’ultimo paragrafo vi possa sembrare la fiera del luogo comune (manca solo un “piove, governo ladro”, che ci sta sempre bene); anch’io, rileggendolo, mi sono accorto con orrore che molte di queste frasi potrebbe averle benissimo dette mia madre, wannabe new age dell’ultima ora. Ma sono parole pronunciate da uno che, comportandosi così, sta lentamente raggiungendo il successo, e questo gli dà tutt’altra intensità.

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(Screenshot di un video dell’ultima sfilata che al mercato mio padre comprò, messo senza un motivo preciso se non che mi sembra qua stia particolarmente bene).

E ora, in esclusiva per voi (qui la nona sinfonia di Beethoven che comincia a risuonare nell’aria, nota per la regia), l’antefatto finale!

Dovete sapere che io porto, normalmente, una 39, o 15.5, che dir si voglia (per le camicie). Qualche tempo fa mi arriva una mail di The Corner, in cui si annunciano folli sconti, fino al 40%. Io mi fiondo sul sito per comprare una camicia di Andrea Incontri che tenevo d’occhio da un pezzo. Orrore: l’ultima 39 è appena stata venduta. Scene di panico, urla d’isteria. L’idea di comprare la 41 e vedere come mi calza, per poi rispedirla al mittente (il tutto gratis!!) non mi passa nemmeno per la testa. Li mortacci mia e di quel momento. Così, comincio a stalkerare fare qualche domandina alla gentilissima responsabile della comunicazione di AI, Marta (chiamarla per nome fa proprio uebbinfluenzer). Comincio chiedendole dove vendono la camicia (solo alla Rinascente di Milano, ma in un colorino tra l’oliva e il sabbia abbastanza disgustoso), poi, forza della disperazione, la subisso di domande: “questo dove lo vendete? Questa sciarpa di che robb’è (perchè sì, sono così snob che se non è di cashmere non la metto), questo l’avete mai prodotto, e questo”? Ad un certo punto devo averla esasperata così tanto (scherzo, è stata gentilissima) che mi informa di una vendita di fine stagione a Milano tra il 10 e il 12 di questo mese. Io, che proprio in quei giorni sono a Milano (ché si sa, stare a Roma a studiare è un po’ uno sbatti), colgo la palla al balzo e mi ci fiondo. Il 10, a neanche un’ora dall’inizio della vendita, sono lì, Via Procaccini 23, in un cortiletto molto milanese che nasconde tantissimi bellissimi pezzi d’abbigliamento (mia faccina con le lacrime di gioia, ndb.). Mi viene ad aprire proprio Marta, la mia vittima. Entriamo nel piccolo showroom. La MIA camicia non c’è, se non nello spiacevole colore di cui sopra. In compenso, ce n’è una abbastanza simile, che avevo adocchiato alla Rinascente (in vendita a soli 495 euro!), a un prezzo fattibile, ma la taglia è la 16. Un po’ sconfortato, la provo in un camerino di fortuna, ovvero il mini-laboratorio dove si preparano i prototipi per le prossime stagioni (dispiace non aver fatto una foto, era davvero delizioso).

Ohibò, la taglia è la mia. Ad un certo punto, in un angolo, vedo pendere da una gruccia una camicia blu. Mi avvicino con fare circospetto, tentando di non fare rumori per non insospettire Marta, là fuori. La camicia è LA MIA, nella MIA “nuova” misura (La confusione con le taglie mi causerà grossi problemi di disturbo dell’identità, prima o poi). Esco soddisfatto, ma ostentando nonchalance. Mi guardo un po’ allo specchio (la camicia calza a pennello!) e poi, sempre con la più falsa nonchalance, accenno a Marta della camicia (la MIA camicia!) che è là, appesa alla stampella, pronta per essere comprata (già gongolo). Ma lei mi gela: purtroppo è per l’archivio, non si può comprare.

Momento di rifiuto.

Momento di elaborazione.

Momento di panico.

La MIA camicia è lì, e non la posso avere!? Tento di convincere l’inflessibile vestale a farmela avere, prima provando a corromperla (“lei non mi vede e io scappo con la camicia”), poi passando alle minacce (“allora facciamo così: io pago questa, le do una botta in testa, arraffo l’altra camicia e scappo”). Niente da fare. Allora le estorco una promessa: “se le alte sfere cambiassero idea, mi avverta e io verrò a prendermi la camicia”, naturalmente le alte sfere non cambieranno idea, ma me ne vado tutto soddisfatto: ho comprato una bella camicia (ho ripetuto questa parola 14 volte finora, scusate), conosciuto una zona nuova della città, sono preso dalla strana euforia dell’acquisto imprevisto (avete presente!?). Ma, soprattutto, ho avuto l’illuminazione: se la mia taglia è la 41, e non la 39, allora su The Corner la mia taglia c’è ancora, anzi, non è mai finita! Controllo veloce dal cellulare: c’è, è lei, la 41! E’ l’ultima rimasta. Continuo a rodermi le mani pensando che l’avrei potuta comprare la settimana prima, al 40% di sconto, ma l’importante è che ci sia ancora. Va bene così.

Decido di tornare verso il centro a piedi, vista la repulsione naturale che ho verso più o meno tutti i mezzi pubblici (prova lampante del mio snobismo) e passo per la zona di Via Sarpi. La prima impressione, nella chinatown di Milano, è di curiosità, divertimento. Poi, più continuo a camminare, più mi prende un senso di squallore: negozi tutti uguali, tristi, che vendono borse finte ai marocchini e improbabili pellicce viola alle clienti locali (=cinesi). Ad un certo punto mi passa accanto una bella ragazza, cinese anche lei, magrissima, alta,con due tacchi vertiginosi, una Vuitton e una busta molto grande di Burberry. Tento di immaginarmi la sua storia, quasi sicuramente un’escort (troppo elegante per essere una semplice puttana) per chissà quali loschi mafiosi cinesi. La tristezza mi assale sempre più.

Intanto sono arrivato in via Canonica, ormai vicina a Parco Sempione, dove, tra tutti i “pellettieri” dalle insegne cinesi, vedo spuntare un negozio di cinture all’apparenza italiano, che altrove non avrei notato, ma qui spicca per la sua diversità paradossale. Mi avvicino incuriosito: “Alberto Favara”, recita un piccolo biglietto da visita attaccato alla porta in legno e vetro. Dentro solo cinture e il signor Favara, che cuce la pelle in un angolo, con un vecchio macchinario.

Entro e tento di scambiare qualche chiacchiera con l’artigiano, che mi tratta con quei modi burberi un po’ milanesi. Gli chiedo se faccia tutto lui, lì, e mi risponde di sì, come fosse la cosa più normale del mondo. E dei cinesi, che ne pensa? Mi guarda, come se dell’arrivo dei cinesi non si fosse ancora accorto. Anche stavolta, altra risposta che a lui sembra normalissima, ma molti suoi colleghi non hanno capito: “I cinesi eliminano la concorrenza sul prodotto basso, bisogna puntare sull’alto di gamma – ed è quello che fa lei”? Chiedo io, nel tentativo di strappargli qualche parolina in più. Lui mi risponde laconico (effettivamente la domanda era sciocca) con un “non si vede”?

Esco ammirato dalla bottega di quel piccolo artigiano, e così finisce la mia giornata milanese. Ieri, prima di cominciare a scrivere il post, vado a controllare che la MIA camicia sia ancora lì. E non c’è più. Ora è disponibile solo in una misera 37 o una 43. E vabbè, me ne farò una ragione.

Del resto c’è tempo per ingrassare e prendere una taglia in più, durante le vacanze di Natale, no? 😉

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(Sopra e a sinistra, su quello con la faccia da trota, la camicia che sarebbe dovuta essere mia. Se siete anoressici o molto ciccioni fortunati, la trovate su thecorner.com. Al centro la mia, che però è color avorio, e, in primo piano, l’affascinante braccio di una stylist. Foto rubate da andreaincontri.com).

* = Lo so che si scrive staccato, ma così mi piace di più.

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4 thoughts on “Piacevoli Incontri a Milano

  1. Mi hai fatto morire.
    Comunque questo post – oltre alla brillantezza della scrittura e alla piacevolezza del racconto – dimostra che: 1) la soluzione migliore per me sarebbe quella di ritrasferirmi a Milano 2) stressare con stile gli uffici stampa (cosa per la quale sono negata) porta sempre i suoi frutti.
    Aggiungo che la grafica del blog è bellissima – se non fossi così terrorizzata dalla prospettiva di trasferire tutto su WordPress lo farei – e delle considerazione sul titolo sai già 😉
    Buon Natale Matteo e ti auguro le “mejo” cose per il tuo blog

    Alessia
    ElectroMode

    • Grazie, concordo sui due punti (avrei dubbi su quel “con stile”, ma la tua gentilezza è graditissima!)
      Grazie ancora di tutto, e, ancora, ricambio gli auguri!

  2. Pingback: Giovani talenti cercansi | Buone cose di pessimo gusto

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